Il fanciullo medesimo, cioè la sua medesima scienza del nativo dialetto, nella quale egli è pratichissimo, impara ben prima a mutar le parole, la forza del parlare, il valor del costrutto, e la significazione de' modi, figure e maniere che formano il linguaggio, gliele dà.
Spesso, chi nasce e cresce in una provincia specifica, come quella di Modena, scopre con il tempo che molti dei termini usati quotidianamente non sono compresi dal resto della popolazione italiana. Questo accade perché non erano vocaboli italiani, bensì parole in modenese.
Il Termine "Truciolo": Dalla Lavorazione del Legno all'Artigianato Modenese
Il termine trùciolo s. m. deriva da truciolare2 (ma vi è un dubbio espresso nell’etimologia di questo verbo).
Definizione Generale di Truciolo
Il truciolo è un materiale di scarto a forma di striscia di piccolissimo spessore, spesso arricciata, ottenuto in alcune lavorazioni del legno o del metallo. Se di legno, è utilizzabile nella preparazione di truciolati, come materiale isolante o da imballaggio e nell’industria chimica. Se di metallo, è usato come materiale per fusione. Per analogia, vengono dette trucioli le sottilissime strisce di carta, paglia, materiale plastico, adoperate a scopo protettivo nell’imballaggio di oggetti fragili.
Il "Truciolo" nel Contesto Modenese
Nella regione modenese, il truciolo è anche un materiale impiegato nella fabbricazione di ceste e cappelli. È ricavato con appositi utensili da tronchi sottili di piante a legno bianco, quali il salice bianco o il pioppo canadese, tagliati ancora verdi e senza nodi, e sottoposti a particolari processi di inumidimento.
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La Ricchezza del Lessico e delle Espressioni Modenesi
La varietà del dialetto modenese si manifesta in un lessico ricco e in espressioni uniche che spesso lasciano perplessi i non autoctoni. Molti dei termini che si usano normalmente ogni giorno non vengono capiti dal resto della popolazione italiana, perché non sono vocaboli italiani, bensì parole in modenese.
Parole Tipiche del Dialetto Modenese
Ecco alcune delle parole e delle espressioni comuni nel modenese:
- Attaccare una pezza: iniziare un discorso molto lungo e per lo più poco interessante.
- Babi: persona stolta.
- Bif: ghiacciolo.
- Braga: fauna maschile.
- Cacciare: dire con enfasi.
- Ciocapiatti: chi racconta un mucchio di bugie.
- Cioccare: 1. detto di bevanda alcolica, ne indica un grado alcolico molto alto, che quindi dà subito alla testa. Es. “Questo vino ciocca un bel po’”. 2.
- Ciocco: 1. incidente automobilistico. 2.
- Cricco: colpo dato, generalmente sul padiglione auricolare della vittima, col dito indice che fa leva sul pollice.
- Cuccio: 1. spinta.
- Dare da fare: (verbo riflessivo) essere fastidioso o brigoso.
- Essere dietro a qualcosa: essere impegnato in un’azione.
- Fare a modo: 1. Fare il bravo; 2.
- Pitocca: 1. persona molto pettegola.
- Sdazzo: setaccio.
- Sonno: usato nella bassa modenese, è di genere femminile.
- Strichetto: 1. papillon.
- Stusso: 1. incidente automobilistico.
Verbi Caratteristici del Parlato Modenese
I verbi tipici del lessico e del parlato quotidiano modenese (e perlopiù sconosciuti ad altre città) sono tantissimi e spesso di derivazione dialettale.
- ZIGARE: Fuggire, darsela a gambe, cessare di fare qualcosa improvvisamente dileguandosi in un batter d'occhio.
- TELARE: Fuggire, darsela a gambe, cessare di fare qualcosa improvvisamente dileguandosi in un batter d'occhio.
- SPIGOZZARE: Dal dialetto spiguzèr, significa "addormentarsi" ma ha una sfumatura di significato particolare.
- PACIUGARE: Dal dialetto paciughèr o spaciughèr, indica l'atto di creare pasticci, un lavoro eseguito in modo maldestro.
- CAMPANARE: Dal dialetto campanèr, significa "capire".
- Altri verbi includono: STRICCARE, SGUGNARE, LUGARE, IMBARBAGLIARSI, GNICCARE.
Modi di Dire e Usanze Popolari
Il dialetto modenese è anche ricco di modi di dire che riflettono la cultura e le tradizioni locali:
- Avere nos e mazòl: A Mòdna, lo si usa per descrivere la condizione di chi ha tutto ciò che gli serve, anche di cose di cui altri possono tranquillamente fare a meno. Può capitarvi che chi dice questa frase, aggiunga anche la parola Biàtta. Quindi la frase, per esteso, diventa "Aver nos, mazòl e biàtta". La Biàtta non è altro che un cuneo, di materiale e di proporzioni diverse, che di solito oggigiorno usiamo come fermaporta. Con questo strumento, piantato alla base della noce, anche la spaccatura del guscio risulterà meno faticosa.
- Col tempo e colla paglia si maturan le sorbe o le nespole, alla lunga si corre il palio. Col tempo e la pazienza si viene a capo.
Caratteristiche Fonetiche e Morfologiche del Modenese e i suoi Legami con il Mirandolese
Il modenese urbano, in quanto dialetto della città principale, si può supporre che abbia influenzato nel tempo il modo di parlare dei mirandolesi. Sembra utile procedere a un confronto col mirandolese, vedendo somiglianze e differenze tra il mirandolese e gli altri dialetti della Bassa Modenese.
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Il Vocalismo Modenese e Mirandolese
La caratteristica più importante del vocalismo mirandolese è la quantità vocalica distintiva, per cui ad esempio vêdar con la "e" lunga significa “vetro” e si oppone a véddar con la "e" breve che significa “vedere”. Ebbene, questa caratteristica contraddistingue anche il modenese. La durata distintiva, per cui il significato delle parole cambia a seconda che la vocale sia lunga o breve, porta ovviamente a un numero di fonemi vocalici molto più alto che in latino volgare o in italiano. Nel caso del mirandolese si calcolerebbero 14 (ossia 7 lunghe + 7 brevi) contro le 7 dell’italiano. È una cifra simile a quella del bolognese e del modenese, che ne hanno 16 ciascuno (7 lunghe + 7 brevi + 2 dittonghi fonologici).
In questo quadro, Mirandola è stata più conservativa rispetto ai tre capoluoghi di provincia che, essendo più grandi e posti su una strada di grande comunicazione (la Via Emilia), tendono invece ad essere più evolutivi. Il mirandolese infatti non ha avuto le rotazioni vocaliche del modenese, e dunque per “1000” dice milla e per “secco” ha sécc, con timbri più vicini a quelli del latino volgare da cui tutti i dialetti emiliano-romagnoli provengono. In realtà il mirandolese ha un’evoluzione vocalica importante in comune con la Via Emilia, ossia l’avanzamento di "a".
Le Consonanti e l'Intonazione
Venendo alle consonanti, notiamo almeno che, come a Reggio, Carpi e Mantova, troviamo a Mirandola "s", "ṡ" anziché "z", "ż" di Modena, Bologna e Ferrara, per cui mirandolese póss, mĕṡṡ (“pozzo”, “mezzo”) si confrontano con modenese påzz, mèż. Questa è la situazione oggi, ma Meschieri scriveva ancora pózz, mèżż (lui indicava la brevità della "e" di mèżż col raddoppio della consonante successiva, io seguo lo stesso sistema ma, per chiarezza, segno anche la brevità vocalica, per cui farei mĕżż).
L’intonazione si può definire “genericamente emiliana”, cioè senza i toni molto alti di modenese e reggiano né quelli parecchio bassi del ferrarese; ovviamente dipende un po’ dalle esperienze personali: più un mirandolese ha avuto rapporti con Modena, più presenterà momenti intonativi simili a quelli del capoluogo (riconoscibili immediatamente per i corregionari di altra origine).
Articoli e Pronomi
Notiamo subito che l’articolo plurale femminile è "il" come in ferrarese, ad esempio mirandolese al dótti (“le donne”). Il plurale maschile è invariato, per cui al casétt, al fiôr, al padròn (“il cassetto”, “il fiore”, “il padrone”) danno i casétt, i fiôr, i padròn (“i casetti”, “i fiori”, “i padroni”). Anche in modenese, carpigiano, reggiano e mantovano è invariato, mentre in bolognese e ferrarese si ha la metafonesi.
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Notiamo poi che i numerali prevedono una differenza di genere per “2, 3”, così che abbiamo du gatt, tri ómm (“2 gatti”, “3 uomini”) ma dó gatti, tré dónni (“2 gatte”, “3 donne”).
Tipici di tutto il Nord Italia ma, una volta di più, meglio conservati in Emilia-Romagna (meno in Lombardia, mantovano compreso) sono i pronomi soggettivi clitici che accompagnano o sostituiscono il soggetto nella coniugazione verbale: lu al cänta, Giovanni al cänta (“lui canta”, “Giovanni canta”). La forma interrogativa si ottiene invertendo l’ordine fra il clitico e il verbo: al cänta diventa cäntal? La forma negativa è a due posti, e come in modenese il secondo elemento può essere indistintamente brîṡa o minga (con minga più frequente, direi, anche contratto in mìa), ad esempio mirandolese a n n ŏ brîṡa capî oppure a n n ŏ minga capî (“non ho capito”).
Lessico Condiviso
Per quanto riguarda il lessico, troviamo in mirandolese parole che sono sia ferraresi che modenesi, come cunên (“coniglio”, vs mantovano curgnöl), altre più ferraresi come galäna (“tartaruga”) oppure modenesi come bêga (“ape”). Ci sono poi parole in comune col mantovano, come fumäna (“nebbia”, che c’è pure in ferrarese e modenese), inoltre per “nido” abbiamo sia nî con radice modenese che gnäl da confrontare al mantovano gnal.
Mirandolese e modenese sono dunque legati a doppio filo, molto più di quel che sembrerebbe a prima vista. Questa parentela però non è solo una questione d’influenza del modenese, a volte diretta a volte mediata dal carpigiano, ed è anzi qualcosa di molto più profondo e di lunga data: certe caratteristiche di base del mirandolese odierno dovevano far parte del modenese delle origini. Proprio per questa non immediata visibilità della situazione, che per essere ben inquadrata richiede non solo una prospettiva descrittiva sincronica ma anche una riflessione diacronica (cioè storica), in passato sono circolate idee non troppo azzeccate sulla classificazione del mirandolese.