I telefilm ambientati vicino a staccionate evocano spesso temi di esilio, identità e la ricerca di significato in contesti rurali o isolati. Questi ambienti, apparentemente semplici, diventano lo sfondo per storie complesse e profonde che esplorano la condizione umana. Attraverso le vicende di personaggi in fuga, alla ricerca di sé stessi o semplicemente alla ricerca di un luogo in cui appartenere, le staccionate diventano simboli di confine, separazione e, talvolta, di speranza.
«Hai già scordato tutto? Anche tu hai fatto la stessa cosa, esattamente la stessa cosa. E il bambino che avevi tu era ancora quasi un neonato». Con queste parole in testa - pensando alla morte di un bambino turco mentre attraversava il confine svizzero insieme ai suoi genitori, - L’analfabeta Agota Kristof inizia a ricordare il proprio trasferimento clandestino, nel ’56, dall’Ungheria alla Svizzera attraverso l’Austria.
Agota Kristof, che ha lasciato il suo «diario dalla scrittura segreta» in Ungheria, riprende a scrivere poesie, del resto « la fabbrica va benissimo, si può pensare ad altro, e le macchine hanno un ritmo regolare che scandisce i versi». Appuntiti come Chiodi, i suoi versi, ci parlano di solitudine e abbandono («mi hai fatto un cenno da un finestrino il treno non si è fermato»), del nostro rapporto con la natura («le città lentamente strangolano i loro gracili giardini»), di profughi che non ce l’hanno fatta («Avevo un amico si è ucciso due anni fa»), temi ripresi anche nelle sue pièce teatrali (Il mostro e le altre storie, La chiave dell’ascensore, L’ora grigia).
«In spagnolo, añoranza viene dal verbo añorar (provare nostalgia), che viene dal catalano enyorar, a sua volta derivato dal latino ignorare. Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell’ignoranza. Tu sei lontano, e io non so che ne è di te. Il mio paese è lontano, e io non so cosa succede laggiù». L’ignoranza, quindi, alla base della condizione dell’esule, ovvero della condizione di Milan Kundera.
Per uno Scherzo nel’50 viene espulso dal partito comunista cecoslovacco; riammesso nel’56, è di nuovo espulso quando prende posizione in favore della Primavera di Praga; nel’75 emigra in Francia; tre anni dopo, Il libro del riso e dell’oblio - «Lì dove c’era Clementis c’è solo la nuda parete del palazzo» - gli costa la perdita della cittadinanza cecoslovacca. Da allora non smette di deridere il potere fino a quella Festa dell’insignificanza in cui Stalin vestito da cacciatore fugge dal Cremlino: «Vedete come si è vestito? Farà credere a tutti che è un cacciatore! Ci lascerà soli in mezzo ai guai!», gli urla dietro Kruscev.
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Nel frattempo, attraverso L’arte del romanzo, da L’insostenibile leggerezza dell’essere a L’immortalità, da La Vita è altrove a Il valzer degli addii, Kundera esplora a fondo le possibilità dell’esperienza e dei rapporti umani, arrivando perfino a trasformare in materia romanzesca quell’attimo - che tutti noi abbiamo vissuto almeno una volta nella vita - in cui non riconosciamo più chi ci è vicino, dubitando anche della nostra Identità. È un attimo.
Del resto, Isherwood le violenze naziste le aveva conosciute e con esse anche la miopia di parte del popolo tedesco: «non capisco proprio perché vuole andarsene», fa dire, poco prima del suo Addio a Berlino, a Fräulein Schroeder, la quale, evidentemente, «si sta già adattando, così come si adatterà ad ogni nuovo regime». Christopher e la sua specie si trasferisce in California, nel 1939, ed è qui che entra per la prima volta in Ivar Avenue 1946 dove conosce l’induismo di Swami Prabhavananda, Il mio guru, su suggerimento del quale scrive la storia di Ramakrishna e i suoi discepoli.
Torna in California, dove osserva i suoi vicini figli del benessere americano impauriti da George, Un uomo solo, la cui omosessualità - «il signor Strunk» utilizza ben altre parole -, potrebbe essere affrontata, a dirla con «la signora Strunk», con «la tecnica dell’annientamento tramite dolcezza». Del resto si sa che «Alcuni casi, presi per tempo, possono reagire alla terapia».
La pittura - la sua prima esperienza artistica - si fa poesia in questi versi giovanili: Fiore è del 1941. Torino allora è sotto i bombardamenti e Lalla Romano si rifugia con il figlio a Cuneo, entra nel Partito d’azione e supporta le bande partigiane di Giustizia e Libertà (ambientazione in parte rievocata in Tetto murato edito nel ‘57).
Procedendo lungo il cammino dalla poesia alla prosa - come lei stessa definisce la sua opera - c’è Maria, o meglio «c’era già, Maria», era già lì «quando entrammo nella nostra casa», a cavallo tra due mondi e due culture (contadina e borghese), tra le quali il rapporto non può che essere di scambio reciproco. Il cammino prosegue ne La penombra che abbiamo attraversato (1964), quando, in seguito alla morte della madre, la scrittrice va alla ricerca dell’«aria» della sua infanzia, che riconosce «all’odore leggero che sa di latte, di strame, di erbe amare», cui segue Le parole tra noi leggere (1969), nel tentativo di recuperare la memoria dei rapporti con il figlio.
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«Ho chiuso gli occhi e lui ha detto: ritorneremo», ed è questo che capita a Mirta, una diciannovenne innamorata di un tossicodipendente e morta per overdose che all'improvviso esce dalla tomba e va alla ricerca del suo ragazzo, perché «la volontà è più forte della morte. L'amore è volontà». Ma quella che appare una fiaba romantica si trasforma nel suo opposto, a partire dal momento in cui la ragazza vedrà i genitori piangere la sua morte, ma la fame le impedirà di avvicinarli.
«Ci sono troppi demoni, nei libri» dice l'alter ego del filosofo Wittgenstein in Non mi uccidere, e «bisogna essere corazzati per affrontarli. Corazzati dalla Vita vissuta. Solo allora, si può iniziare a leggere.
Così dichiara la moglie di Donald Edmund Westlake, autore di culto del poliziesco americano, nato a Brooklyn il 12 luglio del 1933 e morto in Messico nel 2008. Lo scrittore, nel corso della sua lunga carriera, ha infatti adottato numerosi pseudonimi, dando vita a personalità letterarie contrastanti. Il suo personaggio più celebre è Dortmunder, un ladro sgangherato, il cui nome, contrazione di "don't murder", è una dichiarazione di intenti: si tratta infatti di esilaranti commedie nere incentrate su truffe e rapine in cui il maldestro ladro non fa mai fuori nessuno.
L'altro lato della medaglia si chiama invece Richard Stark. «Quando squillò il telefono, Parker era in garage ad ammazzare un uomo», recita l'incipit secco e feroce di Terra bruciata, e ci presenta in poche frasi un rapinatore freddo e spietato che parla poco e uccide all'occorrenza. La prima avventura di Parker si intitola Payback - Anonima carogne e narra delle vicissitudini del protagonista che, tradito dai compagni e dalla sua donna, deve vendicarsi e riconquistare il bottino.
Helga Schneider (Io, piccola ospite del Führer) nell’inverno del 1944 è ospite nel bunker di Hitler. È la zia, collaboratrice del ministro Joseph Goebbels, a promuovere l’incontro: «non l’avevo mai sentita esprimere una critica sull’operato di Hitler». Helga Schneider, tre anni prima, era stata abbandona dalla madre che aveva preferito servire il Führer arruolandosi nelle SS e finendo a «legare le prigioniere ai tavoloni» nei campi di concentramento di Ravensbrück e di Auschwitz-Birkenau.
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Helga Schneider incontra per la prima volta la madre nel’71: «E non eri pentita, anzi. Ancora ti compiacevi del tuo passato, del tuo essere stata, di quell’efficiente fabbrica di orrori, una impiegata modello». Helga Schneider. La testimonianza che scaturisce dalla fusione tra la sua vita e la sua opera è completa e unica. Completa, perché l’autrice non ha mai smesso di indagare a tutto campo i crimini nazisti, a cominciare da quando Il piccolo Adolf non aveva le ciglia. Unica, perché la bambina Helga ha subito profondamente gli effetti di un’ideologia che è riuscita a recidere tutti quei legami che non fossero funzionali ai progetti hitleriani. Proprio tutti: «Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre».
«Un'erbaccia è una pianta che non è al suo posto» scrive Jim Thompson in un romanzo, e l'affermazione è perfetta pure per lui, che visse e morì da outsider, come i suoi personaggi. L'autore nasce in Oklahoma nel 1906 e si sostenta con i lavori più improbabili e ai margini della legge, dal trivellatore di pozzi al contrabbandiere, finché a più di quarant'anni approda alla carriera letteraria.Lo si potrebbe definire il Dostoevskij del crimine in quanto i suoi noir mettono a nudo lo stato di vuoto esistenziale dei personaggi, incompresi dalla società.
Kubrick restò colpito dal suo genio e gli affidò la sceneggiatura di Rapina a mano armata e di Orizzonti di gloria, mentre il crudele e romantico Getaway di Peckinpah è tratto dal suo omonimo romanzo, così come lo spietato Colpo di spugna di Tavernier e Rischiose abitudini di Frears. Poco prima della fine (Hollywood, 1977), bruciato dall'alcool e amfetamine, e dimenticato da tutti, Thompson dichiarerà alla moglie: «Abbi solo pazienza. Dieci anni dopo che sarò morto, diventerò famoso».
Nel Banato Rumeno, in un villaggio di lingua tedesca, nasce nel 1953 Herta Müller. Dopo gli studi di letteratura lavora come traduttrice, ma una mattina i suoi «grossi dizionari» sono lì, «per terra in corridoio, vicino alla porta dell’ufficio»: si è rifiutata di diventare un’informatrice dei servizi segreti comunisti rumeni e deve lasciare l’impiego. «Io scrissi in piedi quel che lui mi dettava», ad un certo punto «arrivò la terribile parola: colaborez, che collaboravo». Da allora in poi fu perseguitata. Ed è della dittatura che racconta.
Esordì con Bassure, raccolta di racconti del 1982, dove è una bambina a parlare: in una foto «era grande la metà della sedia a cui si teneva stretto con la mano», in un’altra «stava ritto come un palo davanti a una staccionata», «in tutte le fotografie papà era pietrificato in un gesto. In tutte le fotografie papà sembrava non saper più cosa fare. Ma lo sapeva sempre». Anche quando si era arruolato nelle SS.
Nel 1987, è costretta ad esulare dopo aver criticato la dittatura rumena e si trasferisce -In viaggio su una gamba sola- a Berlino. Quando vince il Nobel per la Letteratura, il primo ricordo è alla madre, appartenente alla minoranza rumena di lingua tedesca deportata nei campi di lavoro sovietici. Esperienza che Herta Müller racconta con gli occhi di Leo, ovvero il poeta Oskar Pastior, con cui avrebbe dovuto scrivere L’altalena del respiro, sulla quale, dopo la morte del poeta, l’autrice decide di salire da sola, sempre accompagnata da quella domanda che non nascondeva altro che amore: «Ce l’hai un fazzoletto?».
Ugyen è un giovane insegnante di città che sogna di lasciare il Bhutan per raggiungere l'Australia e lì diventare un cantante. Intanto però, dato il suo scarso rendimento viene inviato per punizione a completare l'incarico a Lunana un paesino con 56 anime che si trova ad 8 giorni di cammino e ad un'altezza di 4.800 metri. Lì manca qualsiasi comfort. La scuola non è altro che una stanza in cui si deve scrivere sul muro perché non esiste una lavagna. I bambini però sono molto affettuosi e partecipi tanto da spingerlo a farsi arrivare del materiale didattico dalla città.
Lunana - Il villaggio alla fine del mondo è un viaggio tra due mondi all'interno della stessa nazione compiuto da un giovane maestro che parte, di malavoglia, per insegnare e finisce con l'apprendere un possibile e inaspettato modo diverso di vivere. Se, come una certa propaganda recita, il Bhutan è il Paese più felice del mondo perché i giovani sognano di lasciarlo per raggiungere il consumistico Occidente? Forse perché le sue sirene ammaliatrici cantano con una tonalità molto forte nei centri urbani. È necessario allora fare silenzio per poter apprezzare un canto differente e limpido nella sua profonda purezza. Questo è quello che Pawo Choyning Dorji chiede al suo protagonista a cui inizialmente offre tutte le caratteristiche di un giovane che si potrebbe trovare ovunque. In Bhutan come in Australia, suo oggetto del desiderio.
Ugyen ha imboccato la strada dell'insegnamento ma è convinto di non essere portato per quella professione. Lavorare per il governo, come dice alla nonna, non lo interessa. L'unico suo obiettivo è ottenere il visto per andarsene dal Paese. Costretto a prendere una strada diversa sembra non vedere l'ora di raggiungere la meta (con un lungo e faticoso percorso) per poter al più presto tornare indietro. Nulla sembra interessarlo al di là di quello che può sentire nelle sue cuffie che calza stabilmente quasi fossero un copricapo.
Lunana non è un luogo di finzione. È effettivamente un villaggio sul tetto del mondo situato lungo la catena dell'Himalaya al confine tra Bhutan e Tibet. Tutti gli abitanti sono stati coinvolti nelle riprese di una storia che potrebbe ad ogni sequenza precipitare nella retorica. Perché i bambini sono tutti simpatici e ubbidienti, perché Ugyen viene attratto dalla fanciulla più carina che ogni giorno si colloca su un'altura per offrire il suo canto all'ambiente che la circonda, perché la povertà del luogo è estrema. Il rischio viene però ampiamente superato grazie ad un elemento che si rivela fondamentale: la sincerità. Non c'è nulla di artefatto in questo film che merita la candidatura all'Oscar perché evita il documentarismo etnografico pur calandosi con estrema naturalezza in una comunità e in uno spazio che non lasciano margini a dubbi. A Lunana si vive davvero così e, nonostante la corrente elettrica quasi sempre in blackout e le stufe che prendono vita grazie allo sterco degli yak, la vita è possibile ed ha una qualità specifica che non si può trovare altrove.
Ugyen è un giovane maestro bhutanese poco motivato, ormai deciso a smettere con l’insegnamento e a cercare fortuna con la musica in Australia. Ugyen sta terminando la scuola per diventare maestro, quando capisce di non essere portato per quel lavoro. Sogno un visto per l’Australia dove poter mettere a frutto la sua vocazione di cantante, visto che nel Bhutan, dove vive nella capitale, non ci sono tante possibilità.
E non ci dimenticheremo facilmente di Pem Zam, qeusta bambina vivacissima che vive realmente a Lunana, dove non c'è elettricità e dove non ha mai visto un'automobile. Film bellissimo che incanta. Candidato come miglior film straniero. Un film dal Buthan di Pawo Choyning Dorji per farci ricordare che la natura senza internet, telefonini e computer, l'elettricita' e con la calda accoglienza di persone semplici possono essere un paradiso che abbiamo completamente scartato e dimenticato. Lunana - A Yak in the classroom.
Anch'io come astromelia trovo che il film è manchevole sul piano della rappresentazione perché sembra che nel villaggio abitino solo i 9 bambini della scuola: dove sono i loro genitori? E i loro fratelli e sorelle? «Tu sei un maestro: puoi toccare il futuro». Questa frase, sussurrata all'insegnante da un piccolo alunno, riassume l'essenza del film: «Lunana. Il villaggio al- la fine del mondo», splendi - da opera prima di Pawo Dorji, di origini bhutanesi, arrivato con questo suo importante lavoro alla nomination all'Oscar (miglior film in lingua straniera).
Un dépliant dell'Australia esce dalla tasca del giovane Ugyent, "il meno motivato" dei mille insegnanti del Buthan. Il sogno di emigrare e fare il cantante sbatte contro l'assegnazione di una cattedra a 4.800 metri in Tibet dove non c'è nulla, la lavagna è un muro, ma gli allievi sembrano la serenità incarnata. Come buttare tutto all'aria? Nella società globalizzata succede meno, ma ci sono tuttora occasioni in cui il cinema fa scoprire (letteralmente) mondi lontani, universi sconosciuti ai più.
Lunana è il villaggio più isolato del Buthan. La fine del mondo sta a una settimana di cammino (unico mezzo di trasporto l'asino che poi deve riposarsi per tre giorni) dalla capitale del Bhutan. Il cinema, quando schiude le porte di realtà lontane e sconosciute, ha già di per sé svolto una funzione importante.
Ci sono un paio di finte soggettive curiose e molto marcate, sul finire del film, quando Ugyen si reca da Saldon per un ultimo saluto: mentre lei spiega perché i bambini sentiranno la mancanza del loro maestro, lui guarda le mani della ragazza accarezzare nervosamente la staccionata che materialmente li separa. Inoltre lei, con la testa inclinata, appare imbarazzata, vulnerabile allo sguardo dell'altro.
Un giovane insegnante del Bhutan moderno, Ugyen, si sottrae ai suoi doveri mentre progetta di andare in Australia per diventare un cantante. Come rimprovero, i suoi superiori lo inviano nella scuola più remota del mondo, nel villaggio di Lunana, a 4.800 metri di quota e otto giorni di cammino. Con questo Lunana - Il villaggio alla fine del mondo, film bhutanese datato 2019, arriva nel nostro paese un frammento di una cinematografia lontana, pochissimo trattata anche dal circuito dei festival, almeno rispetto a quelle ormai ben poco esotiche della maggior parte dei paesi del sud-est asiatico.
Un giovane insegnante demotivato viene spedito a Lunana, il remoto villaggio realmente esistente tra Bhutan e Tibet, dove riesce a farsi apprezzare e amare dalla comunità dei pastori himalaiani. E quando dovrà partire, sognando l'Australia...
Il cinema non conosce confini, supera ogni barriera e proietta verso realtà sconosciute. Il Bhutan è una monarchia dell'Asia meridionale, sulle montagne dell'Himalaya. Ha meno di un milione di abitanti e detiene già un record: per la prima volta un suo titolo è stato candidato a miglior film internazionale. E con merito.
Ugyen, cattivo maestro di Thimphu (Bhutan) vuol scappare in Australia e fare il cantante, anche se il visto tarda ad arrivare. Intanto il ministero lo spedisce a rieducarsi nel più sperduto villaggio del nord. Nel Buthan, pacifico regno asiatico ai confini con il Nepal, il giovane Ugyen (Sherab Dorji) vive facendo l'insegnante nella capitale Thimphu. E' però un lavoro che non gli piace, la noia lo assale e la piccola nazione va stretta alle sue ambizioni.
Ugyen è un giovane maestro che vive nella moderna capitale del Bhutan. Vive con la nonna, che lo ha cresciuto, ma il suo sogno è quello di andare in Australia per fare il cantante. Per seguire questa passione si sottrae ai suoi doveri.
Ad un primo impatto Lunana: Il villaggio alla fine del mondo ricorda l'escapismo di Al di là delle montagne. È entrato nella rosa dei candidati all'Oscar per il miglior film straniero (prima volta per il Bhutan!) sbaragliando titoli autorevoli come A Hero di Farhadi. Lunana, A Yak in the Classroom é una delicata storia di crescita interiore. Un documentario dall'estrema naturalezza che parla di futuro.
Regia di Pawo Choyning Dorji. Un film con Sherab Dorji e Ugyen Norbu Lhendup. Da giovedì 31 marzo al cinema.
Artesplorazioni: simbolismo
| Titolo del Film | Ambientazione Principale | Temi Chiave |
|---|---|---|
| Lunana: Il villaggio alla fine del mondo | Villaggio di Lunana, Bhutan | Crescita personale, scoperta di sé, connessione con la natura |
| Addio a Berlino | Berlino, Germania | Adattamento, resistenza, consapevolezza politica |
| La casa degli invasati | Casa isolata | Isolamento, paura, paranormale |
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