Camillo Sbarbaro, una figura cruciale della letteratura italiana del Novecento, rimane un autore la cui importanza è stata, nonostante tutto, ancora in ombra nel panorama degli studi e della fruizione meno specialistica. La sua voce, pur riconoscibile, lo rende un autore multiplo, polimorfo, di libri diversi e spesso discordanti. Riparlare di Sbarbaro significa anche riprendersi la libertà di cogliere gli aspetti del vissuto in funzione dell’opera, che non si fa mai da sola. Il suo contributo più notevole è proprio quello di aver in un certo senso rovesciato, dopo averla incorporata, l’esperienza rimbaudiana: Sbarbaro resta sempre ad un passo dalla trasgressione ma non si spinge mai al di là, anche quando l’aldilà è il limite del silenzio, il rimbaudiano abbandono della parola occidentale.
La Vita: Tra Liguria, Guerra e Rifiuto
Camillo Sbarbaro nasce nel 1888 a Santa Margherita Ligure, primogenito di Carlo e Angiolina Bacigalupo. Nel 1893, a soli cinque anni, la madre muore di tubercolosi, e Camillo e la sorella Clelia vengono accuditi dalla giovanissima zia Maria Bacigalupo, alla quale Sbarbaro dedicherà le poesie di Rimanenze. Fin dagli anni del ginnasio a Genova, Camillo coltiva i due grandi interessi della sua vita: la poesia e la botanica, diventando uno dei maggiori collezionisti di licheni a livello internazionale. Nel 1910 trova impiego alla Siderurgica di Savona, e nel 1911 i suoi compagni di scuola pubblicano a loro spese la sua prima raccolta di poesie, Resine, che l'autore, tuttavia, ripudierà ripetutamente in seguito. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Sbarbaro sceglie di partire volontario come barelliere della Croce Rossa, pur potendo evitare il fronte in quanto impiegato di un'industria bellica. Al suo rientro, come tanti reduci, il poeta soffre di un disagio profondo, cadendo in depressione.
Nonostante avesse buoni contatti con l'ambiente letterario, incluso Eugenio Montale che gli dedicherà due poesie di Ossi di seppia e sarà il primo appassionato recensore delle prose di Trucioli, Sbarbaro rifiuta di fare il letterato di mestiere, preferendo impartire lezioni private di greco e latino. Nel 1928, è costretto a rinunciare all'insegnamento per essersi rifiutato di prendere la tessera del Fascio. A questi anni risalgono anche le sue numerose traduzioni. Nel secondo dopoguerra, pur vincendo i suoi primi premi letterari e vedendo le sue opere ristampate e revisionate, la posizione di Sbarbaro nella letteratura italiana rimane appartata, se non marginale, conducendo una vita modesta a Spotorno, lontanissima dai clamori dell'ambiente letterario.
Pianissimo: Il Canto dell'Aridità e del Dolore
Il cuore della particolare stagione poetica di Sbarbaro è rappresentato dalle poesie di Pianissimo (1914), silloge pubblicata a Firenze per conto de «La voce» e dedicata «A mio padre». La raccolta è un canto accorato, un monologo dal tono dimesso, quasi soffocato, espresso in endecasillabi. La tematica esistenziale presenta ampi squarci di tormento interiore articolato senza alcuna violenza linguistica. I testi si offrono al lettore come pronuncia scabra ed essenziale di un'angoscia che non trova conforto. L'originalità di Sbarbaro emerge potentemente, anche sul piano formale: il verso sembra rimuovere programmaticamente quella "musicalità" che costituisce invece un valore imprescindibile per molta poesia del tempo, per cercare un ritmo austero, spoglio, privo di attrattive, di suggestioni, dove l’enfasi viene castigata anche sul piano fonico.
Talor mentre cammino, Camillo Sbarbaro
Al centro del libro c’è la riflessione amara di un soggetto estraniato, svuotato, ridotto a “specchio”, a “macchina […] che obbedisce”, che osserva “con occhi asciutti” il mondo diventato “un deserto”, quasi incapace di ritrovare un legame con i suoi simili. La città non ha più niente di familiare, è il luogo dove vivono le “miriadi degli esseri” che il poeta rasenta di notte, nella vertiginosa scoperta che “gli uomini son tanti”. Il dolore è la dimensione dominante nella poesia sbarbariana a questa altezza cronologica. La sua poesia è manifestazione di sfiducia nei confronti della vita ma allo stesso tempo segno di un forte attaccamento ad essa anche nell'epifania del dolore. Sbarbaro non piange i sogni perduti, le illusioni tradite, il desiderio di ciò che non è possibile possedere, ma si fa testimone di una sua personale solitudine interiore, generata dall'aridità che lo circonda, e scioglie il dolore che lo raggela in un canto cupo e impietrito. Non semplice accettazione, dunque, ma meditata resa ad una condizione che non può essere diversa. La solitudine di Sbarbaro è una reclusione fatale che gli permette di osservare la realtà con occhio oggettivo.
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Il Tema Paterno e la Modernità
Il rapporto col padre infermo - cui sono dedicate alcune poesie tra le più note del libro - è turbato da sentimenti contraddittori. Attraverso il motivo del declino paterno e una struttura metrica libera, Sbarbaro supera più agevolmente gli esiti - linguistici e tematici - eccessivamente datati; ne risulta un equilibrio stilistico più avanzato, dove opera la confessione di incapacità di adesione al modello paterno, visto come privo di significati realmente costruttivi e capaci di indicare nuove strade. L'affossamento di qualsiasi tentativo di riscatto è invece la dominante di Sbarbaro. Anche in mezzo a riprese e suggestioni ottocentesche e maledettistiche, Sbarbaro evidenzia la maturazione di un linguaggio moderno e personale, ad esempio con l’immagine della pietra, analogon del dolore che tornerà, solo per richiamare sensibilità comuni in questa epoca, poi nell’Ungaretti di “Sono una creatura” nell’agosto 1916.
Le Illusioni e la Pacificazione Distorta
Il mondo disincantato e amaro di Sbarbaro si affaccia a volte su momenti di commozione. L'unica - e preziosa - eccezione al canto dell'aridità e dell'angoscia sono le cinque poesie intitolate Versi a Dina, uscite nel 1931 sulla rivista “Circoli” e inserite nel volume Rimanenze nel 1955. Qui l’autore ci sorprende, affrontando senza riserve e senza schermi il suo sentimento, che si presenta come una liberazione da ciò che lo opprimeva. Qui Sbarbaro evoca tutte le immagini della propria angoscia, chiamandole a raccolta in un crescendo in cui lo sgomento prende forma di paesaggio urbano, fino a fare sfociare le tensioni di quell’architettura inquietante nell’abbraccio di due innamorati, come se proprio a questo tutta la sinistra energia della scena tendesse. La vita che prima era stata un deserto si anima di una presenza viva. È una ricchezza insospettata, qualcosa che attendere è già stupore: «E la vita sapessi a me che fu,/Amore, prima che ti conoscessi…/Un deserto la terra; a volte, il mondo/come sfocata immagine che trema». L'inquietudine si scioglie nella certezza della realtà nuova, spezza l'amara solitudine e riporta l'uomo a contatto con l'altro. Il tempo di stupirsi, di placare il tormento interiore in una pausa riconciliatrice ed ecco che tutto è già rimpianto.
Trucioli: Il Grottesco, la Natura e l'Umanità Snaturata
Nel 1920 esce da Vallecchi la prima raccolta di prose, Trucioli. La maggior parte del lavoro di Sbarbaro è in prosa; una prosa ricercata, “poetica” quanto si vuole, ma pur sempre prosa. Quando parla di prosa, naturalmente, Sbarbaro non si riferisce alla narrativa; la prosa di cui parla è quella prosa “d’arte” che nei suoi anni di formazione e nel suo ambiente era molto in voga, sul modello dello Spleen de Paris di Baudelaire. In Trucioli, così come nella maggior parte della produzione di Sbarbaro, il primo protagonista è l’estraneo, il reietto, colui che guarda la società del primo Novecento con gli occhi di chi, tenacemente ma anche inevitabilmente, non riesce a sciogliersi del tutto all’interno degli apparati produttivi. Il grottesco e la caricatura sono elementi costanti nell’opera di Sbarbaro, così come un eros strabordante e turbato: lenti distorcenti che ci permettono di essere catapultati in quel periodo, nella calotta cranica del poeta.
In questo genere di prosa, Sbarbaro affronta l'osservazione del mondo, spesso con un tono sorridente, quasi compiaciuta di sé. Da questa contemplazione degli animali egli emerge come la pianta dall’acquazzone, rinfrescato. «Ci sono ancora gli animali che mi fanno sorridere: i batuffoli di lana bigia o giallina dei pulcini dagli occhietti palpebranti. Gli anitraccoli che starnazzano nella pozzanghera: bordeggiano; si disputano clamorosamente coi becchi di legno magari il pezzo di carta. E la rana! Palpita tutta: il gorgozzule di raso bianco, la pancetta fredda, i forellini delle nari. Di fermo non ha che le perline nere degli occhi»
Eppure, avviene che vicino a una bestia non provi, contro l’aspettativa, alcuna simpatia: «Sono le bestie che hanno lo sguardo degli uomini. Per contagio passò in essi l’anima rissosa del padrone o quella tirchia o bisbetica della zitella con cui vivono.» Sbarbaro ricorda un somarello malconcio attaccato al carretto di rivendugliolo, e un altro animale attaccato ad un furgone delle Regie Poste i cui occhi mancavano d’espressione, e trasudava umanità. Sotto i tratti equini si distingueva senza fatica la fisionomia dell’impiegato. «A questo modo il commercio con gli uomini snatura la divina indole degli animali, come la lesina il pollice del ciabattino.»
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L'Invidia dell'Albero e l'Illusione Finale
«Ma, ormai, se qualcuno invidio, è l’albero. Freschezza e innocenza dell’albero! Cresce a suo modo. Schietto, sereno. Il sole l’acqua lo toccano in ogni foglia. Perennemente ventilato.» Sbarbaro confessa di avere più fisionomie d’alberi in cuore che d’uomini, descrivendo alberi scapigliati e alberi raccolti, delicate trine sciorinate e ceri pasquali, alberi patriarcali e l’albero di città, grido del verde. «Ma più di ogni altro, due alberi ricordo, che crescevano da un greto di torrente, allato, come svelti fratelli… Essere un albero, un comune albero…» Andando verso la conclusione, questo truciolo ha una particolarità: la chiusa è positiva tanto che l’ultimo paragrafo potrebbe averlo scritto Orazio. Ovviamente il messaggio è distorto poiché si è ricreata l’illusione; la pacificazione è frutto di un’alterazione delle percezioni.
L'Importanza della Natura e la Botanica
La botanica ha una grande importanza nella vita del poeta; egli è uno dei pochi in Italia che in quegli anni si occupi di licheni, e diverrà uno studioso di fama internazionale. Ma l'attività scientifica non è mai per lui programma ideologico e non interferisce nella sfera della sua poesia; è piuttosto un'oasi in quel "deserto" che è per lui il mondo. La natura è l’unica presenza benefica in un mondo che lo lascia indifferente, riscatta la povertà di avvenimenti della sua vita, cura gli stati di nevrosi che a periodi lo colgono, lo riconcilia con una realtà che, pur nel suo fondo di avarizia, può dargli ancora qualcosa: «Benedetto amore. Di quanto mi abbisogna.»
Talor mentre cammino, Camillo Sbarbaro
Il Poeta contro le Correnti: Antidannunzianesimo e Distacco
La poesia di Camillo Sbarbaro fa da spartiacque fra la poesia del primo Ottocento e quella della prima rivoluzione industriale. Sbarbaro è decisamente estraneo ai futuristi; dai crepuscolari lo separa la sua inclinazione a esporsi direttamente e per intero nella scrittura, rifiutando ogni strategia ironica. La sua moralità asciutta e inclemente con se stesso respinge come inutile la rottura con la società e l’operazione maudit. Uno degli esiti più vistosi all’interno del procedimento stilistico sbarbariano è quello della negazione dell’aspirazione dannunziana alla congiunzione arte-vita in senso euforico, attaccando fin dal proprio esempio esistenziale, e soprattutto con un rinnovato e autonomo registro stilistico qualsiasi tentativo di fascinazione e dipendenza dalle ascendenze nicciane. D’Annunzio eludeva il problema creando una franchigia linguistica, una rarefazione estrema dell’atmosfera attraverso una sovrabbondanza verbale di ostentata derivazione aulica. Sbarbaro si sente escluso dalle possibilità di inserimento nei nuovi processi sociali e culturali perché in fondo resta vincolato ad una concezione del ruolo del poeta visto come ideatore di cultura e privilegiato trasmettitore di moralità, ma contemporaneamente avverte la inadeguatezza della sua posizione reale nella società.
La sua fu un'arte di autoanalisi, che non può ingenerarsi se l'individuo non prova a riconoscere in sé le ragioni del suo vivere. Se Baudelaire vede il poeta come l'albatro che caduto in mano alla ciurma insensibile ne diviene lo zimbello, Sbarbaro lo assimila alla fanciulla che se ne va da sola nient'altro possedendo che il suo canto.
Confronto tra le Opere Principali
Per meglio comprendere le sfumature della sua produzione, può essere utile un confronto tra le sue due opere più significative:
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| Opera | Genere | Temi Dominanti | Stile Caratteristico |
|---|---|---|---|
| Pianissimo | Poesia | Dolore del vivere, solitudine interiore, aridità esistenziale, estraniamento, figura paterna, alienazione urbana. | Verso scarno, ritmo austero, rifiuto della musicalità tradizionale, linguaggio essenziale e scabro. |
| Trucioli | Prosa d'arte | Osservazione della società e dell'umanità (spesso snaturata), natura come rifugio, grottesco, caricatura, infanzia negata, illusioni e loro caduta. | Prosa ricercata, "poetica", frammentata, descrizioni minuziose e sensoriali, approccio disincantato. |