La Coppa a Doppio Listello: Storia, Caratteristiche e Produzione della Terra Sigillata Romana

All’interno delle sepolture è possibile trovare oggetti che accompagnavano il defunto nel suo ultimo viaggio, ma che nel mondo dei vivi assumevano un ruolo completamente diverso, andando a far parte di semplici attività quotidiane, pur conservando un loro pregio estetico, grazie alla raffinatezza della realizzazione e alle decorazioni magistralmente eseguite da artigiani specializzati.

Al Museo archeologico di Fiesole sono esposti alcuni frammenti di un tipo di ceramica che accompagnò la storia dell’impero romano dalla sua nascita fin oltre la sua fine, la cosiddetta Terra Sigillata. Con questo nome si indica il vasellame fine da mensa, sia decorato che non decorato, rivestito da vernice rossa, che fu prodotto in varie regioni del mondo romano dal II secolo a.C. al VII secolo d.C.

È il caso di questa coppa rinvenuta nella tomba 102 della porzione di necropoli della via Cavour a Porto Torres. Si tratta di una produzione fine da mensa, detta “ceramica sigillata italica”, caratterizzata da un rivestimento in vernice rossa e prodotta in diverse officine di varie regioni dell’Italia centro-settentrionale, tra le quali spicca per notorietà quella di Arezzo. Il reperto turritano è caratterizzato dalla presenza di due coppie di decorazioni applicate, due conigli e due rosette, e dal marchio di fabbrica, posto all’interno di uno spazio conformato a impronta di piede, il cosiddetto “bollo in planta pedis”.

Nella “grande famiglia” della sigillata si distinguono diverse produzioni, ma tra quelle che riscossero più successo ci fu senza dubbio quella italica (metà del I sec. a.C. - metà del II sec. d.C.), la prima tra le altre ad essere commercializzata pressoché in tutte le regioni dell’impero e che dette origine ad una lunga e numerosa discendenza.

L'Evoluzione del Gusto e l'Innovazione Tecnologica

Un elemento caratterizzante della sigillata è la vernice rossa, che assume tonalità diverse a seconda della produzione, ad esempio del corallo in quella italica o dell’arancio in quella africana. Dietro la scelta di questo colore ci fu, in realtà, un cambiamento di “gusto” epocale che, elaborato in ambiente italico, andò a coinvolgere poi tutto il territorio dell’impero.

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Infatti, prima della diffusione della moda del rosso, secolare era stata la “preferenza” dei consumatori per le ceramiche rivestite di nero, le cosiddette ceramiche a vernice nera: esse avevano dominato sulle tavole italiche - ma non solo, essendo state esportate anche in tutto il Mediterraneo - sin dal V/IV secolo a.C.

La nuova moda del rosso, che poi si protrarrà per circa sette secoli attraverso altre produzioni di terra sigillata come la gallica (databile tra I e III sec. d.C.) e quella africana (dal I al VII sec. d.C.), ebbe i suoi antecedenti in vasi a vernici rosse prodotti nel Mediterraneo orientale dal II secolo a.C. Ma dietro questo cambiamento si cela anche un salto tecnologico molto importante.

I segreti della Terra Sigillata; (Non è scienza missilistica)

Il colore rosso delle sigillate di migliore qualità, infatti, era ottenuto attraverso la cottura in condizioni molto particolari, ovvero in atmosfera cosiddetta ossidante continua (cioè con aria ricca di ossigeno e pulita) e a temperature altissime (sui 1050-1100°C). Per ottenerle, furono utilizzati forni di nuova concezione, detti “a fiamma indiretta”. Rispetto ai forni normalmente usati, questi consentivano di ottenere vasellame di qualità superiore: più resistente, più bello per l’intensità del colore e per la lucentezza della vernice, più funzionale per la minore porosità del rivestimento, che rendeva il vaso più impermeabile.

Il funzionamento di questi forni presupponeva la disponibilità di ingenti risorse economiche e strumentali, oltre alla grande abilità e perizia dei fornaciai nella gestione del ciclo di cottura, dal momento che il minimo errore poteva rovinare l’intera infornata.

La Tecnica della Matrice e la Decorazione a Rilievo

Anche la decorazione con piccole figure a rilievo, caratteristica che ha ispirato il nome “sigillata” dal latino sigilla (immagini, figure), permette di osservare l’alto livello artistico e tecnico che poteva essere raggiunto dai vasai romani, in particolare negli esemplari realizzati e decorati con la tecnica della matrice.

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Questa tecnica prevedeva per foggiare il vaso l’uso di uno stampo che recava in negativo la decorazione - ed, eventualmente, i bolli, sorta di “marchi di fabbrica” con uno o due nomi di persona in forma abbreviata - come si nota nei frammenti del Museo, pertinenti alla produzione italica.

Dietro questa ceramica dalle belle sfumature di rosso, si cela quindi una storia di grande sapere tecnico, notevole capacità artistica e innovazione tecnologica.

Le Origini Ellenistiche: Le Coppe "Megaresi"

La storia della Terra Sigillata ha radici profonde, che affondano nelle produzioni ellenistiche. La "famiglia 'megarese' maggiore" delle coppe ellenistiche a rilievo rappresenta un importante precursore. Il termine "megarese" è impropriamente applicato ad una vasta serie di piccole coppe ellenistiche, e persino italiche, più o meno emisferiche, con orli di sagoma varia, prive di piede o di piedestallo, decorate a rilievo ottenuto mediante matrice, a superficie più o meno lucida e di colore che può variare dal tradizionale e basilare nero attico, attraverso tonalità di grigio e di marrone, fino al rosso della sigillata. I tentativi per giungere ad una locuzione più esatta sono stati vani.

Alcuni autori limitano il termine "megarese" a ceramiche relativamente d'alta data con centro in Grecia, specialmente ad Atene, e che si differenziano dal vasellame "pergameno", che è tardoellenistico e romano con centro in Asia, e dai vasi di Popilius, che rappresentano la fase italica della ceramica "megarese". Gli studiosi che definiscono la Terra Sigillata nel senso etimologico lato di "ogni ceramica decorata mediante sigilla a rilievo" possono includere vaste quantità di vasi "megaresi" sotto il titolo di Terra Sigillata, ma solo alcuni di essi possono essere accettati in base al criterio della Glanztonfilm sopra enunciato. Tale gruppo di ceramica ha linee proprie di suddivisione interna indipendentemente dal colore della superficie. Proponiamo qui il termine generico di "famiglia 'megarese' maggiore" che può racchiudere tutte le categorie.

La sua inclusione nel presente contesto si giustifica in termini di preparazione generale, in vista del suo ruolo di precorritrice della Terra Sigillata. Tenendo presente la terminologia del Courby possiamo notare vari schemi decorativi. Tra questi, le coppe con petali di loto, acanto, tralci di vite, ecc. diramantisi dal centro fino a ricoprire l'intera superficie, che ebbero origine ad Atene intorno al 275 a.C. e furono in voga anche a Pergamo, Antiochia e Delo. Vi erano anche coppe con file di bottoncini, con grandi foglie embricate o con punte di foglia più piccole, e con reticolati poligonali.

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Le coppe "megaresi", come la Terra Sigillata aretina, imitano così fedelmente forme e decorazione delle coppe in argento che Wuilleumier succintamente afferma: "La ceramica a rilievo fornisce agli archeologi moderni, come alla classe povera d'un tempo, il miglior surrogato dell'oreficeria preziosa". Stampini in terracotta, copiati da originali argentei, venivano liberamente usati per fabbricare matrici che possedevano naturalmente la stessa curvatura e le medesime dimensioni dei modelli metallici, a parte il restringimento dovuto all'asciugamento e la cottura dell'argilla. Il vasaio ellenistico non era quindi un artista originale nel senso del suo predecessore del V secolo.

Parlasca dimostra che la forma della coppa "megarese", e la decorazione che l'accompagna, erano egiziane di tradizione e proprie del primo periodo tolemaico. Thompson, del pari, analizza l'influenza egiziana sulle più antiche coppe "megaresi" ateniesi, come "un medaglione di base circondato da una raggiera d'elementi; le fronde di palma, i petali del vero l...".

La "famiglia 'megarese' maggiore" sembra aver avuto origine ad Atene intorno al 275 a.C., donde si diffuse per l'Oriente ellenistico in luoghi quali Antiochia, poco dopo la fondazione della città, Tarso, intorno al 250, Pergamo, prima del 225 e da là a Sparta non anteriormente al 200; raggiunse Delo intorno al 220, donde passò ad altre isole, in Asia, alla Crimea e all'Italia centrale; si spinse anche - direttamente da Atene o indirettamente attraverso altri centri - alla Macedonia, ad Alessandria, Myrina, Priene e indubbiamente altrove, in una koinè ceramica pari alla linguistica.

Bisogna avvisare il lettore però che, nonostante tutte le datazioni precedenti siano sostenute dall'autorità di esperti studiosi, un inevitabile elemento di supposizione ed approssimazione è pur sempre inerente in esse; esse non sono sempre generalmente accettate, o persino compatibili con tutti i dati esistenti, compresi quelli citati nel presente articolo, e devono quindi essere considerate tentativi di datazione. Hausmann sottolinea la complessità dell'intero problema. Queste varie industrie locali ebbero ciascuna la loro storia interna d'evoluzione e di declino, com'è stato illustrato particolareggiatamente da Byvanck-Quarles van Ufford a proposito delle bols à calice végétal.

Tipologie e Diffusione della Terra Sigillata

La Terra Sigillata include diverse categorie e produzioni, evidenziando una vasta area geografica e cronologica di interesse. Il riassunto delle sue tipologie comprende la T. S. ellenistica ("pergamena", "samia", "megarese maggiore"), la T. S. italica (Aco e Sarius, Ceramica Aretina, T. S. puteolana), e la T. S. provinciale occidentale ("Aretina provinciale", Gallomeridionale, Gallo-centrale, con vasi a decorazione applicata, incisa o alla barbotine).

La ceramica "pergamena", ad esempio, è stata suddivisa da Waagé, seguito dalla Jones, in ceramica rossa tardo-ellenistica ("pergamena" ellenistica) e "pergamena" del primo periodo romano. Se una valida distinzione tra questi due tipi di ceramica "pergamena" esiste, essa si basa sull'intrusione di una nuova serie di forme influenzate dal vasellame aretino all'inizio del I sec. d.C. Altrimenti tale ceramica rimase più o meno invariata dalle sue origini intorno al 150 a.C. o all'86 a.C. fino alla sua scomparsa verso l'inizio del II sec. d.C. La sua zona di maggior diffusione si estende tra la Cilicia e l'Egitto.

La grande maggioranza della ceramica "pergamena" è rappresentata da piatti e tazze lisci. Anteriormente al primo periodo romano i piatti venivano decorati con palmette e simboli isiaci disposti radialmente tra cerchi incisi mediante punzoni o rotelle, ma con l'introduzione delle nuove forme tale schema decorativo fu sostituito dall'applicazione di un unico punzone nel centro del fondo, sia di piatti che di tazze. Tali punzoni, oltre a quadrati e rettangoli privi o dotati d'incorniciatura, comprendono rettangoli a coda di rondine, quadrati a lati concavi, la planta pedis, ed altre forme che ricordano in genere i timbri della Terra Sigillata italica, ma il punzone a mezzaluna della Terra Sigillata tardo-italica manca. In tali contorni venivano comunemente inscritte espressioni di saluto e di augurio quali χάρις e κέδρος, ma sono anche frequenti nomi propri di fabbricanti, sia greci che latini.

La ceramica "samia" è un vasellame di piatti e tazze a basso piede, in genere fabbricati con argilla ad alto contenuto micaceo. Robinson divide la ceramica "samia" in Classi A e B; quest'ultima comprende vasi "più fini e più antichi", e comincia sul volgere dell'era cristiana, in imitazione e competizione con la ceramica aretina liscia; "le marche di fabbrica, che appaiono invariabilmente al centro del fondo, recano il nome del vasaio o un saluto conviviale." La ceramica samia A è meno dura e di colore più chiaro sia d'impasto che di vernice; le forme sono in genere più semplici di quelle della ceramica samia B e le marche di fabbrica sono costituite da simboli. Jones pone a contrasto la ceramica "samia", che "fu prevalente nella zona dell'Egeo e del Mar Nero", con la ceramica "romano-pergamena" che "fu predominante all'estremità orientale del Mediterraneo". La ceramica samia A, più caratteristica, continuò anche dopo la cessazione della breve esistenza della samia B, e fu più largamente esportata. Tuttavia la ceramica "samia B" è comune in Egitto, e penetrò persino fino a Timnă e Khor Rori, completamente al di fuori dei confini dell'Impero.

In Occidente, Waagé ha contato oltre due dozzine di vasi samî di forme diverse nel museo di Spalato, ed in Italia ha trovato che piccole tazze samie appaiono piuttosto di frequente a Pompei ed Ercolano, ma egli non fa alcuna distinzione tra "A" e "B". Soltanto la ceramica "samia A" appare a Tarso, dove rappresenta materiale d'importazione. Sia che i vasi "samî A e B" fossero o meno prodotti a Samo o in altro centro unico, è chiaro che essi non hanno alcun rapporto con i vasa Samia citati da Plauto ed altri scrittori antichi o con la ceramica erroneamente chiamata "samia" dall'archeologia romano-britannica, che è invece Terra Sigillata.

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