Il Carro di Legno: Costruzione, Nomi e la Storia di un Mestiere Antico

Il carro, un mezzo di trasporto fondamentale per secoli, è stato al centro dell'economia agricola e non solo. La sua costruzione richiedeva maestria e profonda conoscenza del legno e del ferro, competenze incarnate nella figura del Carradore.

La voce ci proviene dal latino tardo CARPENTARUM che significa proprio costruttore del carro, il CARPENTUM, appunto. Questo mestiere, sebbene oggi quasi scomparso, ha radici profonde nella storia e nella cultura di molte civiltà.

Evoluzione Storica del Carro

La storia del carro è millenaria, con le prime testimonianze che risalgono a civiltà antiche. Il carro nella sua forma a quattro ruote piene, trainato da una quadriglia di buoi prima, di equidi poi, ha origine nella cerchia delle civiltà agricole pre-sumeriche del IV millennio a. C. Le più antiche rappresentazioni di carri mostrano la contemporanea esistenza del tipo a due ruote e di quello a quattro. Il più antico esempio è da considerarsi il modellino trovato a Tepe Gaura, datato a circa il 3000 a. C.; si tratta di un carro a quattro ruote, piene, coperto da una specie di telone, sul tipo del carpentum latino (cioè con copertura sorretta da armatura arcuata).

Antiche Civiltà: Mesopotamia, Egitto, Grecia, Etruria e Roma

Al periodo protodinastico (prima metà del III millennio) appartengono alcuni modellini trovati a Kish: riproducono carri a due e a quattro ruote, con la parete anteriore più alta rispetto a quelle laterali. All'incirca contemporaneo è un modellino di rame da Tell Agrab, rappresentante un carro a due ruote con guidatore, il quale tiene per le briglie quattro equidi; da notare il particolare delle ruote dentate, che compaiono anche nell'intaglio di un sigillo cilindrico del periodo di Mesilim (2600 a. C.).

Al periodo della I dinastia di Ur (2500-2350 a. C.) risale il pannello istoriato a litotomia delle tombe reali di Ur nella Mesopotamia meridionale: questo mostra ben cinque carri da guerra a quattro ruote trainati ciascuno da quattro equidi e montati, secondo il costume che sarà poi immortalato dai poemi omerici, da un combattente e da un auriga. Le ruote, piene, sono formate da due elementi semi-circolari uniti da due spranghe verisimilmente metalliche; i mozzi presentano una testata piuttosto ampia; la cassa sembra essere costruita da elementi strutturali ad asticciuole con un'alta sponda sul davanti e i fianchi bassi. Questo tipo, di origine assai antica, resta in vigore nei suoi elementi fondamentali durante tutta l'antichità sia come carro da trasporto, sia, soprattutto, come carro da guerra e nelle due varianti principali a sponde chiuse e a semplici appoggi anteriori e laterali.

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Di stringatissima e leggerissima struttura è un cocchio da corsa proveniente dall'Egitto (Museo Archeologico di Firenze), la cui origine deve essere considerata anatolica; risale all'epoca del Nuovo Regno ed è composto di ruote a quattro raggi, di stanga ricurva, di una semplice maniglia sul davanti. Il mondo siro-fenicio e l'area egeo-cretese presentano carri da guerra e da corsa del tutto analoghi. Il carro da trasporto è attestato su monumenti relativamente tardi. La più antica rappresentazione è egizia: nel rilievo di Abido, con la battaglia di Qadesh combattuta da Ramesses II contro gli Hittiti (1296 a. C.).

In Grecia, la civiltà minoica presenta un tipo di carro da trasporto a quattro ruote da Palaikastro e uno a due ruote trainato da cavalli. Dopo il periodo miceneo, i Greci tralasciarono quasi del tutto di impiegare il carro in guerra, usandolo per lo più come attrezzo agonistico negli ippodromi. Il carro con ruote ad otto raggi (presso Omero, κύκλα ὀκτάκνη-μα) è documentato sui sarcofagi di Clazomene.

In Etruria, i più antichi esemplari sono quelli di Marsiliana di Albegna (Circolo della Perazzeta) della Tomba Regolini-Galassi di Cerveteri. Strettamente al mondo etrusco-italico si riferiscono i due superbi carri di Monteleone di Spoleto, nel Metropolitan Museum di New York, e di Castel S. Mariano presso Perugia, nel museo di Monaco di Baviera e nel Museo Arch. di Perugia, riferibili alla fase ionico-etrusca della metà del VI sec. a. C. Il primo, integro, è un carro da parata, con cassa a base centinata, alta sponda anteriore e fiancate curvilinee, la cui decorazione a splendidi sbalzi di gusto ionico soverchia gli stessi elementi strutturali. La Tomba Regolini-Galassi ci ha conservato un carro a quattro ruote di proporzioni ridotte, senza sterzo e senza timone, con piano rettangolare e sponde laterali a giorno in cui le lamine formano un interessante motivo a intreccio di linee curve, sormontate, nei vertici di congiunzione, da palmette; dovette servire al trasporto solenne del defunto alla sepoltura.

A Roma, accanto alla biga usata a scopi esclusivi di parata o agonistici, acquistarono notevole diffusione veicoli da trasporto e da viaggio. Tra i veicoli da trasporto sono da ricordare anzitutto l'antichissimo plaustrum, a due ruote piene, adatto ai grandi carichi (come il modellino di carro rustico in bronzo da Bagnoregio, presso Bolsena, databile al IV sec. a. C., conservato nel Museo di Villa Giulia) ed il carrus, a quattro ruote col treno anteriore a sterzo, che pure ripete forme antiche. La tensa e il pilentum erano carri sacri: il primo, destinato a contenere le exuviae deorum, era un veicolo a due ruote con cassone cubico, costruito con materiali pregiati e con eleganti decorazioni.

Decorazione dei Carri Antichi

Per quel che concerne la decorazione del carro nelle civiltà orientali, dalle strutture con scarsi ornati delle culture presumeriche e del mondo siro-hittita, si giunge con la civiltà assiro-babilonese ad esemplari fastosamente decorati nelle varie parti, con l'uso di lamine o bronzee o in metallo nobile sbalzato e cesellato che rivestivano verosimilmente un'anima di legno. Tra i singoli elementi di decorazione conservati, si possono citare il bel leone dei carri reali di Ur ed il passante per briglie con figura di onagro in bronzo fuso sopra i due anelli.

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Il Mestiere del Carradore

L'attività del Carradore è stata sempre molto importante per i centri che fondavano la loro economia essenzialmente sull'agricoltura e sull'artigianato, avendo bisogno di mezzi di trasporto a trazione animale. Informazioni certe dell'esistenza di Carradori a Cerignola si rilevano nell'Apprezzo di Cerignola del 1672. Nel 1742 il Catasto Onciario menziona Giuseppe Antolino con arte di far carra. Nel XX secolo le botteghe e i vari mezzi di trasporto da traino aumentano vertiginosamente a causa della trasformazione agraria, iniziata nel secolo precedente, che porta all'ascesa di molte famiglie, proprietari terrieri.

I Carradori non realizzavano solo carri, ma anche altri manufatti in legno essenziali per la vita agricola e domestica: i gioghi per i buoi (i sc(e)ul(e)), le panchette per il sellaio e il pastore (i skannétt(e)), forche, forconi e pale, manici degli attrezzi agricoli (zappe, picconi, rastrelli), parti in legno per le bardature dei cavalli, muli, asini, buoi (i fr(e)sk(e)l(e)), i trespoli (i kavallétt(e)) per reggere i telai da ricamo, e le tinozze per il bucato (i iggav(e)t(e)).

Materie Prime e Lavorazione

Alcuni Carradori preferivano acquistare i vari tipi di legno, materia prima per l'attività, nei magazzini di Monte Sant'Angelo e dalla Ditta Frezza di Barletta. Il pianale o letto del carro, era costruito con legno di faggio e di cerro; ad esso venivano saldate le stanghe, i sdangh(e), e l'asse di ferro delle ruote, costruito ed adattato al carro dal fabbro ferraio.

La Costruzione del Carro di Legno

La costruzione di un carretto richiedeva, complessivamente, all'incirca 20-25 giorni di tempo, ridotti a circa 7 con l'introduzione delle macchine che in parte limitarono anche la creatività e la perizia dell'Artigiano. La decisione di fare un biroccio nuovo era importante e veniva presa dopo aver parlato in famiglia. Veniva il capoccia e ordinava il biroccio verniciato o no, più piccolo o più grande. Se uno stava in collina lo faceva più piccolo e più leggero. Un biroccio ben lavorato veniva a costare 40-50 scudi, cioè 200 lire e a quei tempi, prima della grande guerra ci volevano 200 lire per comperare un paio di buoi.

Costruzione della Ruota

Il primo elemento del carro che veniva costruito era la ruota, e di questa, la parte centrale, il mozzo, la tést(e), era realizzato al tornio in un unico pezzo di legno d'albero, preferibilmente di olmo. Il diametro del mozzo variava a seconda della grandezza della ruota, a sua volta proporzionale alla grandezza del carro. Su una delle due sponde il Mastro Carradore a volte dipingeva, con vernice nera, le iniziali del proprietario e l'anno di costruzione. Sulla parte esterna del mozzo poi venivano realizzati gli incavi per i raggi mentre all'interno veniva inserita la boccola, la bbok(e)l(e), un cilindro metallico cavo dove veniva alloggiato il perno dell'asse.

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Successivamente venivano realizzati, pure in legno, i raggi, i r(e)sc(e), e i gavelli, i ssciont(e), i settori della corona, ovvero la parte esterna della ruota. Incastrati i raggi negli incavi del mozzo e dei gavelli, si procedeva alla kalat(e)ur(e) du c(e)rkioun(e), cioè attorno ai gavelli veniva forzato a caldo un cerchione di ferro. Il cerchione, preparato da un fabbro ferraio con una striscia di ferro tagliata nella misura adatta e modellata a cerchio con un'apposita macchina (un esempio di tale macchina è ancora conservato a Cerignola da fabbro ferraio Giuseppe Fares), veniva reso incandescente sul fuoco alimentato con pezzi di legno. In estate questa operazione si faceva all'aperto, intorno a mezzogiorno, in modo tale che anche il calore intenso del sole favorisse l'arroventarsi del ferro. Diventato il ferro più malleabile, il cerchione veniva forzato intorno alla ruota con l'ausilio di un bastone di legno, u k(e)vac(e)r(e)ki(e)n(e), fornito di gancio mobile.

Assemblaggio del Carro

Quindi, appoggiando l'asse sopra u' ciucc(e), un trespolo di legno con vite centrale di ferro regolabile, vi si applicavano prima le ruote e poi le sponde. Queste erano costituite da assi di legno tenute insieme da listelli perpendicolari, più alti delle stesse, terminanti in alto a forma di pomoli schiacciati. In questi pomoli, quando il carro era pieno carico, veniva agganciata la str(e)tt(e)our(e), una robusta asse di legno con fori alle due estremità, posta trasversalmente tra le sponde opposte per assicurarne la tenuta.

Accessori e Decorazioni

Al carretto così costruito il proprietario poteva aggiungere degli accessori, secondo la necessità: la staffa di legno per salire, la martinicca, la mar(e)t(e)lléin(e), u' ciucc(e), un asse di legno a tutto tondo con anello di ferro all'estremità che, poggiato a terra, permetteva di mantenere il carretto in posizione orizzontale, impedendone il rovesciamento all'indietro (de nkulazzé), durante la fase di attacco dell'animale. La forcella, la fur(e)cédd(e), di legno era messa ad un lato del posto di guida per legare le redini, appoggiare la museruola, la mussaroul(e), e la frusta, u' skrusc(e)t(e), e appendere la sacchetta con il fieno per il cavallo, la sakkétt(e) du kavadd(e).

L'Arte della Pittura sui Carri

Alcuni carretti venivano anche decorati con disegni policromi, a soggetto floreale o geometrico, eseguiti da pittori. Le scene più comuni che si dipingevano erano fiori o paesaggi; davanti un contadino con le bestie e S. Antonio in alto a destra, dietro una figura. Spesso si aggiungeva la scritta FATTO DA FIORELLI GUIDO DI ROSCIANO NEL 1911 oppure, se era riparato RIATATO DA FIORELLI G. Nei primi tempi (prima della prima guerra mondiale) i colori si facevano in casa. Si acquistavano le pietre e si macinavano con una pietra rotonda su una pietra piana e levigata. I colori che si acquistavano in pezzi, di uso più comune erano: la biacca di Genova, il blù di Parigi, il turchino oltremare, il giallo cromo, il rosso cinabro, il nero d'avorio. Si usavano pennelli da decoratori per le immagini e le codine per i filetti (le riquadrature dei pannelli e le decorazioni delle varie parti). Prima di dipingere sulle tavole si preparava il disegno su un foglio di carta e matita, poi si cospargeva il retro del foglio di nerofumo e si ripassava il disegno sulla tavola.

La lavorazione del legno

Tipi di Carri e il Loro Utilizzo

Esistevano diverse tipologie di carri, ciascuna con funzioni specifiche:

  • Carro agricolo a due ruote (Vallo di Diano): Carro agricolo a due ruote con sponde basse e piano di carico rettangolare. Le due stanghe sono fissate al di sotto del piano di carico e terminano con due estremità in metallo a forma conica. Al di sotto del piano di carico è presente l'asse mobile per fissare i finimenti del cavallo o del mulo utilizzato per trainare. Le ruote, rifinite con cerchi in ferro, sono ad otto raggi. Lungo le sponde ed i raggi delle ruote sono presenti dei dipinti a soggetto floreale, raffiguranti spighe di grano, fiori e ciuffi d'erba. Il carro agricolo del Vallo di Diano è l'unico esempio di carro agricolo in legno a trazione animale di tutta la provincia di Salerno.
  • Carriola: Per costruire una carriola occorreva una ruota con asse a estremità rotanti, sulle quali venivano montate due stanghe con due gambe di legno e di ferro. La carriola veniva usata soprattutto per trasportare il letame dalla stalla alla letamaia.
  • Birucina: La birucina serviva per il trasporto di piccole quantità di foraggio dal campo alla stalla. In campagna si usa ancora. Cinquant'anni fa, invece, era quasi un privilegio possederla. Era tutta di legno, dal letto, alle stanghe, alle ruote cerchiate di ferro.
  • Biroccio: El birocc è un carro agricolo con un lungo timone anteriore, al quale viene aggiogata una coppia di buoi. Ha due ruote grandi adatte per andare su strade sconnesse e nei campi. Per i campi ci si caricavano 10 - 12 quintali, su strada fino a venti; per il fieno si allargava il piano con le controscale fin sopra le bestie.
  • Treggia: La treggia, interamente fatta di legno e senza ruote, è una specie di slitta trainata da buoi o da altri animali, usata dai contadini principalmente per il trasporto del fieno dai campi. È diffusa nelle zone di montagna, dove si impiega anche per trasportare legname o anche persone attraverso luoghi impervi.

Attacco degli Animali e Tradizioni

Le vacche o i buoi venivano aggiogati al birocc. Prima si fissava il giogo sul collo, l'anello del giogo (prima di legno e poi di ferro) veniva fermato al cariòl perché non scorresse in avanti; le bestie venivano poi legate per le corna al blìc (ombellico), perno di legno all'estremità del timone, perché non scorressero indietro. Le bestie erano abituate a stare a destra o a sinistra del timone ed avevano un nome diverso a seconda della posizione e del sesso.

Quando il carro era finito si aspettava la domenica. Lo venivano a prendere con le bestie infioccate, con le coperte bianchissime e dalle corna unte, cordoni con fiocchi di vari colori. Si faceva passare davanti alla Chiesa per farlo vedere e si andava alla casa del contadino per el prans del birocc. Il carro infiocchettato si usava per portare l'uva nelle cantine del padrone (con due tinozze), o il grano. Qualche giorno prima del matrimonio si andava a casa della sposa a prendere la dote. Pezzo per pezzo la dote veniva stimata e, dopo la stima, caricata sul carro dentro la cassetta (cassapanca) assieme ai mobili: il carico veniva coperto con la coperta da letto buona. Il biroccio veniva usato anche come misura, da cui espressioni come Si l'ultim com el vogul del birocc (Sei l'ultimo come l'argano del biroccio), per uno troppo lento nel fare le cose.

Il Declino e la Memoria

Nel comune di Teggiano dal 1975 nessun contadino ha richiesto la costruzione di carri agricoli a trazione animale. Il carro agricolo del Vallo di Diano è ancora frequentemente usato dai contadini del luogo. Ad alcuni carri le ruote sono state sostituite con pneumatici d'automobili. In quasi tutte le masserie è presente un carro agricolo sia esso usato o no. Nel 1975 l'ultimo carro fatto costruire è stato pagato 250.000 lire.

Carradori Notevoli e Conservazione della Memoria

Ci soffermiamo in modo specifico sull'artigiano Vito Sorbo (*Cerignola 18.1.1906 †Cerignola 9.12.1987) discendente da una famiglia di esperti, conosciuti e apprezzati Carradori-Carpentieri: il padre Salvatore Raffaele (*Cerignola 15.1.1876 †Cerignola 3.3.1963) carpentiere a sua volta, il genitore Pietro (*Cerignola 2.2.1837 †Cerignola 9.9.1907) anche lui carpentiere. L'amico Vito, ricco di esperienza nel settore e molto stimato per la sua innata precisione e creatività, aveva la Bottega in Via Marsala, a Cerignola. Sorbo dismise l'attività nel 1979 per limiti di età.

Sul Museo Etnografico Cerignolano (1979) sono esposti, oltre i suddetti manufatti ed attrezzi di Vito Sorbo, anche altri pezzi singoli donati da diversi donatori-collaboratori. Nel Deposito del Museo sono custodite le quattro Ruote di legno e l'Asse di ferro dell'antico Carro Processionale (1893) della Statua di Maria SS.ma del Carmine, donati il 28 febbraio 1980 da Vito Sorbo: più recentemente il 25 luglio 2005, il dr. Franco Conte, all'epoca Priore della Confraternita di Maria SS.ma del Carmine, donò numerosi elementi lignei, deteriorati e sostituiti nel restauro del 1995, appartenuti allo stesso Carro. Altra donazione notevole del 24 agosto 1994 è stata quella di due CARRETTI completi dell'agricoltore Sig. NANDO ROMANO.

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