L'opera di Camillo Sbarbaro (l’accento del cognome è sulla prima “a”), vissuto tra il 1888 e il 1967, rappresenta un capitolo significativo della letteratura italiana del Novecento. La sua produzione, che include sia versi che prose, è caratterizzata da una profonda introspezione e da uno sguardo acuto sulla realtà. La maggior parte del lavoro di Sbarbaro è in prosa; una prosa ricercata, “poetica” quanto si vuole, ma pur sempre prosa, come testimoniano raccolte quali Trucioli (1920) e Liquidazione (1928), insieme a molte altre raccolte minori e testi dispersi.
Il poeta stesso dichiarò questa preminenza in una lettera all’amico Angelo Barile nel 1912: «Non so perché ho sempre sperato poco dalla poesia, l’ho sempre considerata per me un intermezzo, un episodio. Sento che mi abbandonerà, ma non solo: mi lascerà nelle braccia della prosa, nella quale spero molto di più…». Quando parla di prosa, naturalmente, Sbarbaro non si riferisce alla narrativa; i suoi racconti si riducono a una dozzina, e a scrivere un romanzo non ha mai neppure pensato. Di saggi critici, poi, non c’è traccia. La prosa di cui parla è quella prosa “d’arte” che nei suoi anni di formazione e nel suo ambiente era molto in voga, spesso ispirata ai Petits poèmes en prose, sul modello dello Spleen de Paris di Baudelaire (uno dei suoi autori di riferimento, insieme a Leopardi).
La Vita di Camillo Sbarbaro: Tra Liguria e Inquietudini
Camillo Sbarbaro nasce nel 1888 a Santa Margherita Ligure, primogenito di Carlo e di Angiolina Bacigalupo, di quindici anni più giovane del marito. Nel 1889 nacque la sorella Clelia, chiamata in famiglia Lina, con la quale visse tutta la vita. Nella sua infanzia egli era solito trascorrere le vacanze a Spotorno dove abitavano i nonni materni. Nel 1893, quando Camillo ha cinque anni, la madre muore di tubercolosi. Nel 1894 la famiglia si trasferì sulla Riviera di Ponente, per un breve periodo a Voze, un paesino dell’entroterra (a cui Sbarbaro dedicherà una delle sue più belle poesie) e poi a Varazze. A badare a loro è la giovanissima zia Maria Bacigalupo (Benedetta).
A Varazze, Camillo compì i primi studi a casa sotto la guida paterna, per poi frequentare le scuole elementari, dal secondo anno, e il ginnasio presso l’istituto dei salesiani. Furono gli anni della scoperta della Liguria e del suo paesaggio: Sbarbaro mostrò da subito quella capacità di osservare con occhio attento la realtà che lo circondava, che divenne una tra le caratteristiche peculiari della sua poesia. Con il padre faceva lunghe passeggiate alla scoperta della natura e, al tempo stesso, sviluppò una particolare passione per la lettura. Superato a Genova presso il Regio ginnasio Cristoforo Colombo, da privatista, l’esame di licenza ginnasiale, dal 1904 al 1908 frequentò il liceo Gabriello Chiabrera di Savona, dove si era trasferito con la famiglia.
Il suo insegnante di filosofia e storia dell’arte, Adelchi Baratono, rivestì un ruolo di primo piano nella sua formazione culturale e attività poetica, mentre Sbarbaro si legò in particolare a due compagni di scuola, Silvio Volta e Angelo Barile, il quale rimase per tutta la vita un amico sincero e partecipe del suo percorso letterario. Agli anni della scuola seguì un periodo di inerzia e di inquietudine, reso più cupo dall’aggravarsi dell’infermità del padre, che morirà nel 1912; a lui sono dedicate alcune poesie tra le più note di Sbarbaro. Nel 1910 trovò un posto come impiegato alla Siderurgica di Savona. Nel 1911 i suoi compagni di scuola pubblicarono a loro spese, col titolo Resine, le poesie che Camillo andava componendo già ai tempi del liceo. Il 22 novembre 1912 morì il padre e il poeta andò ad abitare a Genova, in via Montaldo.
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Esperienze di Guerra e Crisi Esistenziali
All’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, Sbarbaro, in quanto impiegato di un’industria di rilevanza bellica, avrebbe potuto evitare di prestare servizio al fronte; scelse invece di partire volontario come barelliere della Croce Rossa. Fatto ritorno a Genova nell’estate del 1919, lasciò il lavoro all’Ilva e si dedicò alle lezioni private di latino e greco. Il riadattamento alla vita quotidiana non risultò facile: Sbarbaro attraversò una crisi depressiva dalla quale uscì con il tempo riprendendo i rapporti con i familiari e gli amici.
Camillo Sbarbaro, poesia e natura
Nonostante avesse buoni contatti con l’ambiente letterario (tra gli altri Eugenio Montale, che gli dedicherà due poesie di Ossi di seppia), rifiutò di fare il letterato di mestiere: preferì accettare di impartire lezioni private di greco e latino. Nel 1925 venne assunto da un istituto dei padri Scolapi a Cornigliano e nel 1928 insegnò in un liceo dei Gesuiti a Genova, ma fu costretto a rinunciare all’insegnamento per essersi rifiutato di prendere la tessera del Fascio. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Sbarbaro “sfolla” da Genova a Spotorno con la sorella e la zia Benedetta. L’ultimo periodo della sua vita fu trascorso a Spotorno, dove Sbarbaro, insieme con la sorella e la zia, si trasferì nel 1951. Nel 1953 morì la zia Benedetta, alla quale dedicò Rimanenze, una raccolta poetica. Il 20 maggio 1967 morì l’amico Barile, e Sbarbaro stesso morì il 31 ottobre 1967 presso l’ospedale S. Martino di Genova.
Di seguito, un riepilogo delle sue opere principali:
| Anno | Titolo | Genere | Note |
|---|---|---|---|
| 1911 | Resine | Poesia | Pubblicato dai compagni, poi rifiutato dall'autore |
| 1914 | Pianissimo | Poesia | Svolta stilistica e riconoscimento |
| 1920 | Trucioli | Prosa | Prima raccolta di prose, frammentaria e innovativa |
| 1928 | Liquidazione | Prosa | Seconda raccolta di prose |
| 1955 | Rimanenze | Poesia | Include i "Versi a Dina" |
| 1961 | Poesie | Poesia | Saggio esauriente della produzione in versi |
"Trucioli": Frammenti di Vita e Osservazione
Nel 1920 uscì da Vallecchi la prima raccolta di prose, Trucioli. Con i Trucioli Sbarbaro inaugurò una nuova prosa, a metà strada tra prosa e poesia, distante dalla prosa d’arte, fatta di brevi notazioni e descrizioni. Si tratta di una raccolta di materiali frammentari ed eterogenei, scaturiti dall’esperienza della sua vita, dall’osservazione di sé e del mondo che lo circonda. In “Trucioli”, così come nella maggior parte della produzione di Sbarbaro, il primo protagonista è l’estraneo, il reietto, colui che guarda la società (in questo caso del primo ‘900) con gli occhi di chi, tenacemente ma anche inevitabilmente, non riesce a sciogliersi del tutto all’interno degli apparati produttivi.
Nel caso specifico, proprio all’inizio di questo truciolo, emerge il termine “Fanciullo” che, visto il titolo e l’argomento, ci riporta automaticamente a una dimensione quasi Leopardiana: troviamo sia il tema dell’infanzia negata, sia il ricorso all’immaginazione. Il grottesco e la caricatura sono elementi costanti nell’opera di Sbarbaro, così come un eros strabordante e turbato (c’è un richiamo a elementi femminili e sessuali in praticamente ogni paragrafo): lenti distorcenti che ci permettono di essere catapultati in quel periodo, nella calotta cranica del poeta. Andando verso la conclusione questo truciolo, rispetto a molti altri, ha una particolarità: la chiusa è positiva tanto che l’ultimo paragrafo potrebbe averlo scritto Orazio. Ovviamente il messaggio è distorto poiché si è ricreata l’illusione; la pacificazione è frutto di un’alterazione delle percezioni. Tornano i paesaggi liguri propri di Pianissimo, il cui legame con la raccolta appare chiaro sin dal primo testo. Una sezione compatta del volume è quella formata dai ‘trucioli’ dedicati alla guerra che descrivono i luoghi del fronte e gli incontri con gli abitanti dei paesi toccati.
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Un esempio eloquente dell'osservazione sbarbariana si trova nel passo seguente, dove la natura e gli animali diventano specchio dell'esistenza umana:
«Ci sono ancora gli animali che mi fanno sorridere: i batuffoli di lana bigia o giallina dei pulcini dagli occhietti palpebranti. Gli anitraccoli che starnazzano nella pozzanghera: bordeggiano; si disputano clamorosamente coi becchi di legno magari il pezzo di carta. E la rana! Palpita tutta: il gorgozzule di raso bianco, la pancetta fredda, i forellini delle nari. Di fermo non ha che le perline nere degli occhi.»
«In cerca di conoscenze, visito i pubblici giardini. Ricordo un palmipede, grosso come un piccione, che pareva un giocattolo di latta chiassosamente colorato. Tra i minori colleghi procedeva presuntuoso come una suocera. Sorrido. Dalla contemplazione degli animali esco come la pianta dall’acquazzone. Rinfrescato. Eppure avviene che vicino a una bestia non provi, contro l’aspettativa, alcuna simpatia. Sono le bestie che hanno lo sguardo degli uomini. Per contagio passò in essi l’anima rissosa del padrone o quella tirchia o bisbetica della zitella con cui vivono.»
«Ricordo l’entrata in un cortile d’un somarello malconcio attaccato al carretto di rivendugliolo. A me accorso a festeggiarlo la bestia irritata s’avventò, cadendo nell’ira in ginocchio e spalancandomi addosso la tastiera giallognola dei denti. Ragliava. L’animale era così ignaro di carezze da scambiarle, io penso, per angherie. Ricordo un altro animale attaccato ad un furgone delle Regie Poste. A che servivano i paraocchi a quella bestia cui nessun sopruso avrebbe cavato una protesta e le cui zampe consumavano quotidianamente i medesimi ciottoli? I suoi occhi mancavano d’espressione, come lui, pareva, di sesso. Trasudava umanità. Sotto i tratti equini si distingueva senza fatica la fisionomia dell’impiegato. A questo modo il commercio con gli uomini snatura la divina indole degli animali, come la lesina il pollice del ciabattino.»
La riflessione sull'albero rivela un profondo desiderio di purezza e autenticità, contrapposto alla complessità del mondo umano:
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«Ma, ormai, se qualcuno invidio, è l’albero. Freschezza e innocenza dell’albero! Cresce a suo modo. Schietto, sereno. Il sole l’acqua lo toccano in ogni foglia. Perennemente ventilato. Tremolio, brillare del fogliame come un linguaggio sommesso e persuasivo! Più che d’uomini ho in cuore fisionomie d’alberi. Ci sono alberi scapigliati e alberi raccolti come mani che pregano. Alberi che sono delicate trine sciorinate; altri come ceri pasquali. Alberi patriarcali vasti come case, rotti dalla fatica di spremer per generazioni la dolcezza dei frutti. C’è l’albero di città, grido del verde, unica cosa ingenua nel deserto atroce. Ma più di ogni altro, due alberi ricordo, che crescevano da un greto di torrente, allato, come svelti fratelli… Essere un albero, un comune albero…»
"Pianissimo": La Voce Austera della Poesia
Il primo libro di poesia di Sbarbaro, Resine (1911), fu pubblicato per iniziativa dei compagni di scuola, e in seguito, come abbiamo ricordato, ripetutamente rifiutato dall’autore, che non volle mai accoglierlo nei volumi delle sue Poesie. In quelle pagine, in effetti, il giovane poeta era ancora legato a forme tradizionali (frequenti i sonetti), e i risultati erano acerbi, spesso bozzettistici. Di lì a poco arriverà la svolta di Pianissimo, uscito nel 1914 per le Edizioni della Voce. Nella preparazione del volume, si recò per un breve soggiorno a Firenze, dove conobbe Giovanni Papini e Ardengo Soffici.
L’importante novità della poesia sbarbariana è chiara fin dalla lirica posta in apertura del volume, Taci, anima stanca di godere, in cui il poeta sembra subito dar prova del suo riuscito ‘attraversamento’ di Gabriele D’Annunzio, del quale trova in Guido Gozzano un valido esempio. Nelle ventinove poesie del libro, l’originalità di Sbarbaro emerge potentemente, anche sul piano formale: il verso sembra rimuovere programmaticamente quella “musicalità” che costituisce invece un valore imprescindibile per molta poesia del tempo (si pensi a D’Annunzio, Pascoli, Campana) per cercare un ritmo austero, spoglio, privo di attrattive, di suggestioni, dove l’enfasi viene castigata anche sul piano fonico. Non pochi hanno giudicato sordi, malfermi, approssimativi, persino sciatti, i versi di Sbarbaro. «Endecasillabi dinoccolati», li ha definiti Giorgio Caproni, aggiungendo però: «Li direste in ciabatte, ma provate a imitarli!».
In primo piano, nel suo lavoro in versi, non c’è la volontà di distinguersi, di proporre nuove formule: gli aspetti stilistici e formali sono come rimossi, in nome di una disarmante immediatezza, di un’ineludibile urgenza delle cose da dire. Al centro del libro c’è la riflessione amara di un soggetto estraniato, svuotato, ridotto a “specchio”, a “macchina […] che obbedisce”, che osserva “con occhi asciutti” (lo sguardo è uno dei temi portanti) il mondo diventato “un deserto”, quasi incapace di ritrovare un legame con i suoi simili. Anche il rapporto col padre infermo - cui sono dedicate alcune poesie tra le più note del libro - è turbato da sentimenti contraddittori. Di quest’autore ligure è celebre la poesia dedicata al padre: «Padre, se anche tu non fossi il mio / padre, se anche fossi a me un estraneo, / per te stesso egualmente t’amerei» (Padre, se anche tu non fossi il mio, in L’opera in versi e in prosa, 1985, p. 29). Il tema dell’affetto per il padre e la sorella ricorre in varie poesie della raccolta Pianissimo, ma non è il solo tema. Un altro è quello della notte: a essa e agli “oscuri desideri” che essa suscita nel poeta sono dedicate alcune tra le poesie preferite, come Nel mio povero sangue qualche volta oppure Quando traverso la città la notte.
La città non ha più niente di familiare, è il luogo dove vivono le “miriadi degli esseri” che il poeta rasenta di notte, nella vertiginosa scoperta che “gli uomini son tanti”. Solo la lussuria e il dolore scuotono l’indifferenza del soggetto “pietrificato”, ma anch’essi non durano. Nel mondo disincantato e amaro di Sbarbaro si affacciano a volte momenti di commozione. L’unica - e preziosa - eccezione sono le cinque poesie intitolate Versi a Dina, uscite nel 1931 sulla rivista “Circoli” e inserite nel volume Rimanenze nel 1955. Qui l’autore ci sorprende, affrontando senza riserve e senza schermi il suo sentimento, che si presenta come una liberazione da ciò che lo opprimeva. Qui Sbarbaro evoca tutte le immagini della propria angoscia, chiamandole a raccolta in un crescendo in cui lo sgomento prende forma di paesaggio urbano, fino a fare sfociare le tensioni di quell’architettura inquietante nell’abbraccio di due innamorati, come se proprio a questo tutta la sinistra energia della scena tendesse.
Temi Ricorrenti e Stile di Sbarbaro
La sua è una poesia fatta di rivi, sassi, viti, ombre e lampi interiori. Appartata, intima, discreta. Profondamente ligure. Bastano poche parole, pochi “Trucioli” per riconoscere la Liguria. Sbarbaro è decisamente estraneo ai futuristi; dai crepuscolari lo separa la sua inclinazione a esporsi direttamente e per intero nella scrittura, rifiutando ogni strategia ironica. “Senza l’aria di volerlo fare”: questa mi sembra la caratteristica più rilevante della poesia di Sbarbaro. Enrico Testa osserva giustamente che nelle prose l’autore sembra teso a “redimere” le “condizioni del quotidiano” “con uno sforzo stilistico che l’avvicina alle prove della narrativa solariana. Con la differenza però che se questa muoveva dalla sponda dell’impossibilità del romanzo tradizionale, l’intrapresa di Sbarbaro muove da quella della dolorosa coscienza della sua personale impossibilità d’accesso alla poesia.
Sbarbaro Botanico: La Passione per i Licheni
Accanto all’attività letteraria, Sbarbaro coltivò un’altra grande passione, quella per la botanica. Diventerà uno dei maggiori collezionisti di licheni a livello internazionale. Se fu lontano dagli eventi mondani, Sbarbaro fu attivissimo negli studi scientifici: fu collezionista ed esperto catalogatore di licheni, di cui descrisse 127 nuove specie, molte delle quali portano il suo nome. Quando Sbarbaro, che si definì un appassionato raccoglitore di licheni, con l’età non poté più dedicarsi a una delle sue attività predilette, decise di donare il suo erbario di licheni al Museo di storia naturale di Genova.
Il Rapporto con il Fascismo e l'Attività di Traduttore
Sbarbaro tornò di nuovo a scontrarsi con il fascismo. Invitato a insegnare greco in un college inglese dagli amici Vivante, che si erano rifugiati in Inghilterra, non gli venne consegnato il passaporto a causa del suo voto negativo nelle elezioni a lista unica. Allo stesso tempo, nel 1938, il ministero della Cultura popolare pretese tagli e soppressioni per la pubblicazione di Calcomanie, volume che avrebbe dovuto raccogliere la sua attività di prosatore per l’editore Vallecchi. Sbarbaro decise, allora, di rinunciare alla pubblicazione, ma, nel 1940, distribuì ai suoi più stretti amici alcune copie dattiloscritte del libro con il titolo Trucioli. A questi anni risalgono le sue numerose traduzioni: l’Antigone di Sofocle, il Ciclope di Euripide, la Germania di Tacito, Salammbô di Flaubert, Controcorrente di Huysmans, La pelle di zigrino di Balzac, e molte altre.
La Riscoperta e l'Eredità Letteraria
Dopo la liberazione, Sbarbaro tornò a Genova. Le sue prose vennero ristampate; ma in questi anni la posizione di Sbarbaro nella letteratura italiana rimase appartata, per non dire marginale. Solo a partire dal 1954, con l’uscita presso Neri Pozza di una nuova edizione di Pianissimo (che reca una stesura “riveduta” accanto a quella del 1914) lettori e critica tornarono a interessarsi del poeta. Alla riscoperta di Pianissimo seguì nel 1955 la pubblicazione presso Scheiwiller, col titolo Rimanenze, delle poesie uscite su rivista e mai raccolte in volume. Nel 1961, lo stesso Scheiwiller offrì per la prima volta al lettore un saggio esauriente della produzione in versi di Sbarbaro (Poesie) che però per volontà dell’autore escluse il giovanile Resine. Il poeta non poté purtroppo godere appieno di questo riconoscimento tardivo: era di nuovo in preda alla depressione. Nel 1962 gli venne assegnato il Premio dell’Accademia dei Lincei.
A non pochi autori piace dichiarare di aver scritto “un solo libro”. Chi legge - o rilegge - queste sue opera omnia ha l’impressione opposta. Non è solo per la presenza nel volume di Resine (1911), l’opera giovanile esclusa dall’autore dai suoi libri riassuntivi, o quella delle poesie e prose disperse, o dei racconti: il fatto è che Sbarbaro - a dispetto della riconoscibilità della sua voce - risulta un autore multiplo, polimorfo, autore di libri diversi e spesso discordanti. Oggi, il museo “Camillo Sbarbaro - Scampoli Multimediali” è allestito a Santa Margherita Ligure all’interno di Villa San Giacomo, nel complesso museale cittadino di Villa Durazzo. Il museo è una “antologia” dell’opera di Camillo Sbarbaro in chiave multimediale. Le postazioni in cui si articola lo spazio espositivo sono 4: si parte da una scrivania touchscreen, corredata dai testi di Sbarbaro e da una cartina della Liguria; la postazione permette di esplorare, tramite la mappa, i luoghi del cuore del poeta, con filmati accompagnati dalla lettura dei passi più significativi ad essi dedicati. I licheni del poeta sono conservati in un erbario e prendono vita nella terza postazione.
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