“Metti, una sera a cena” è un film del 1969, diretto da Giuseppe Patroni Griffi, nato da un omonimo spettacolo teatrale e appositamente trasposto per il mezzo cinematografico. Giuseppe Patroni Griffi, autore radicalmente poliedrico del panorama culturale italiano (poesia, narrativa, teatro, cinema, tv…), resterà sempre legato a quest'opera, che al suo apparire riscosse in entrambe le sue forme uno strepitoso successo di critica e pubblico. Con indubbia abilità, Patroni Griffi prende il topos per eccellenza del teatro borghese, il triangolo, lo complica con innesti di sessualità non contemplate dalla tradizione, e lo dedrammatizza. La sua commedia di maggior successo, allestita nel ’67 dalla Compagnia dei Giovani (di cui era drammaturgo di fiducia) di De Lullo, Falk, Giuffrè, Valli, Albani Orsini, scene alla Mondrian di Pizzi, poi ripresa in altre edizioni, diventò due anni dopo un film da box office (1 miliardo e mezzo e una gran aureola di scandalo) con la regia dello stesso autore.
Il Film e la sua Nascita
Nel 1969 Giuseppe Patroni Griffi ricava “Metti, una sera a cena” dalla sua commedia, rappresentata con grande successo a teatro nel 1967. Fu un grande successo di pubblico. Per il film l’incasso più che soddisfacente (tredicesimo posto nella classifica della stagione italiana 1968-69) fu anche una discreta sorpresa, visto che non si trattava di un’opera d’immediata lettura e che conservava in parte la pesante eredità dell’impostazione teatrale. Patroni Griffi condusse in realtà un’operazione anche molto scaltra, ponendosi a un originale spartiacque tra cinema “intellettuale” e accessibilità commerciale. Forte della musica ipnotica di Ennio Morricone, Patroni Griffi dilata i tempi, si perde nella contemplazione dell’epidermide di Florinda Bolkan e tiene viva una tensione scopica che rimane in gran parte inappagata.
Dalla Scena al Grande Schermo
Patroni Griffi anticipava con la sua poetica allora scandalosa le nuove frontiere gender dei diritti e delle combinazioni dei sentimenti, fino all’azzardo dei trans in scena e nei libri, su e giù per Toledo. La riduzione della pièce teatrale per il cinema fu realizzata da un giovanissimo Dario Argento, reduce dalla collaborazione con Bernardo Bertolucci per “Giù la testa!” di Sergio Leone, e che pochi mesi dopo avrebbe esordito alla regia scegliendo come protagonista di “L’uccello dalle piume di cristallo” proprio Tony Musante. Dario Argento ha ricordato: «Quando Patroni Griffi mi ha chiamato avevo appena finito di scrivere con Sergio Leone ‘C’era una volta il West’. Ero giovanissimo, credo sui 22 anni, e venni contattato da questo grande autore per collaborare con lui alla riscrittura cinematografica di ‘Metti, una sera a cena’, che avevo già visto a teatro. Fu un grande onore per me. Insieme abbiamo passato delle settimane entusiasmanti. Ricordo che lavoravamo a casa sua, vicino a san carlo al Corso, in un appartamento all’ultimo piano che aveva un bellissimo terrazzo. Era primavera, il terrazzo era pieno di fiori, ogni tanto uscivamo ad osservarli. Poi ce ne stavamo sui divani di casa a riflettere, a cercare di capire come dare al testo una forma che lo rendesse adatto per il cinema. Patroni Griffi aveva sin dall’inizio le idee molto chiare su come voleva fare il film. A volte lasciava che io fantasticassi, poi mi riportava alla realtà. Forse, però, era proprio questo che gli piaceva in me. […] Poi c’è un aspetto che non posso trascurare. ‘Metti, una sera a cena’ ha segnato un po’ anche la mia vita. Io stavo preparando il mio primo film da regista, ‘L’uccello dalle piume di cristallo’, e sul set conobbi Tony Musante. Gli raccontai che dovevo debuttare come regista e che stavo studiando una pellicola insolita e accettò di diventarne il protagonista. Da lì in poi la mia carriera cambiò.»
La Trama e i Temi Rivoluzionari
La vicenda è tutta racchiusa nelle dinamiche tra cinque personaggi: agli stancamente sposati Nina e Michele, coppia intellettuale alto-borghese (lui è uno scrittore di teatro), si affianca Max, attore di teatro bisessuale amante di Nina da ancor prima del matrimonio. Un’altra amica di famiglia, Giovanna, single afflitta dalla solitudine, è nemmeno troppo segretamente innamorata di Michele. A sconvolgere il pigro tran-tran del quartetto subentra un fatto nuovo: per ravvivare gli incontri sessuali con Nina tramite sinuosi amplessi a tre, Max coinvolge Ric, una sorta di escort anarcoide, che però inaspettatamente finisce per innamorarsi di amore assoluto ed esclusivo per Nina. La tavola dei quattro rischia di traballare e spezzarsi davanti a una manifestazione tanto potente e imprevista di vero amore. In questo senso aveva visto bene Moravia, per cui l’interesse maggiore del film era la constatazione che “il nucleo sociale veramente importante, oggi, non è più la famiglia ma il clan”. E nel clan cade la struttura patriarcale, si affievoliscono le gerarchie di gender, i ruoli si confondono. Tra uomini e donne non vi sono più differenze.
Metti, una Sera a Cena 1969 - Morricone nel contesto 28
La "Zattera" delle Ipocrisie
Patroni Griffi amava le persone naturali e strafottenti, fin dai tempi di “D’amor si muore”. Merito non da poco che testimonia verità, passione e abilità nella costruzione drammatica, capace di sedurre le fantasie a volte nascoste ma latenti. Tuttavia, per Patroni Griffi l’illusione dei sentimenti dura meno di una caramella, per cui l’unica soluzione, in un gran bel finale, è che la tavola da quattro componenti passi a cinque. Perché quella tavola non è più una tavola, ma una zattera per naufraghi dispersi tra ipocrisie, retaggi culturali e fragilità moderne. Ma la forza e la novità del film sta anche nel mettere in scena l’eros rifiutando la scappatoia della tragedia, evitando di mettere a morte qualche personaggio, ignorando la redenzione e la scorciatoia del pathos.
Lo Stile e la Regia di Patroni Griffi
Per mettere in scena questo groviglio volenterosamente esistenziale Patroni Griffi sfodera un’estetica fin troppo generosa, che fa dell’incoerenza stilistica una sorta di vessillo. In primo luogo, l’autore ricorre alle risorse del racconto spezzato, con continui scarti spazio-temporali. “Metti, una sera a cena” si avvale infatti del mirabile montaggio di Franco “Kim” Arcalli, che probabilmente dovrebbe essere studiato come autore a parte di tutto il cinema da lui montato. La sua arte si fonda sull’associazione libera, per cui il racconto non si regge più sulla vettorialità narrativa, bensì sulla sutura tra sequenze che rompono con decisione la continuità spazio-temporale e sono tenute insieme da un elemento visivo o da un concetto comune. Spesso è un oggetto profilmico a fare da collante tra le due sequenze (v. gli occhiali scuri di Florinda Bolkan), ma ancor più di frequente è un movimento in scena degli attori, o un movimento di macchina, a fare da elemento comune tra due inquadrature successive in sfasamento temporale (la Bolkan che si appoggia di schiena all’esterno di un’auto o il semplice voltarsi di un personaggio, ripreso identico nell’inquadratura successiva con netto salto temporale; o ancora la macchina da presa di per sé, che per esempio chiude un’inquadratura con zoom, e riapre con zoom nell’inquadratura successiva). In questo Patroni Griffi segue retoriche avanguardistiche che si erano affermate nel cinema lungo tutti gli anni Sessanta (c’è chi ha fatto il nome di Alain Resnais) e che potevano trovare terreno comune con le prime opere di Bernardo Bertolucci e in certa misura anche col cinema di Pasolini e Pietrangeli. Tuttavia Patroni Griffi non assume i contorni dell’autore rigoroso: la “borghesità” del suo cinema sta proprio nell’aderire a tali retoriche espressive con buon fiuto per i tempi, ma senza rinunciare anche a un’idea di spettacolo d’immediata accessibilità. In qualche modo l’estrema originalità di “Metti, una sera a cena” è da rintracciare proprio qui, ovvero nell’applicazione di un linguaggio d’avanguardia a una materia che conserva buoni margini di mondanità.
Un Cast di Stelle Internazionali
Innanzitutto, giocò a favore del successo del film la scelta del cast: Patroni Griffi rinunciò agli attori che avevano messo in scena il testo a teatro (la Compagnia dei Giovani di Giorgio De Lullo, Romolo Valli, Rossella Falk ed Elsa Albani) ricorrendo a eleganti star internazionali (Jean-Louis Trintignant, Tony Musante, Annie Girardot) con l’aggiunta di un giovane Lino Capolicchio e della splendida Florinda Bolkan, per la prima volta in un ruolo di protagonista. C’è la bellissima Florinda Bolkan (da allora fu una star), sposata con Trintignant, che però tradisce con Musante, ruolo rifiutato dal “compagno” Volontè perché troppo borghese, poi ripagato dalla geniale produttrice Marina Cicogna con l”Indagine” di Petri. Alla fine il bisex Capolicchio s’innamora di Florinda e rompe la routine del cerchio magico. Nel cast viscontiano Annie Girardot, Milly che canta “Il tango del magnaccia” di Carpi, Adriana Asti e Nora Ricci, tutti perfettamente coesi nel limbo esistenziale del gioco degli amanti dei miei amanti, come dirà il titolo di un’altra commedia di Patroni Griffi. Il contesto insomma era quello della ricca produzione italiana del tempo, che mai si dimenticava dell’eventuale destinazione internazionale del film.
A dare una prima chiave di lettura non del tutto errata ci pensò però Gian Maria Volonté, inizialmente previsto nel ruolo che andò poi a Musante: Volonté abbandonò il film perché considerato essenzialmente “borghese”, e per questo non in linea con l’idea di cinema impegnato che di lì a poco diventerà una costante della carriera dell’attore. In effetti a posteriori Volonté non ebbe tutti i torti, e anzi si può affermare che proprio nella sua natura ibrida, che flirtava scopertamente con i pruriti e i bassi istinti del pubblico borghese, “Metti, una sera a cena” trovò probabilmente la chiave per il proprio successo commerciale. È Nina il personaggio davvero nuovo, che colpisce l’immaginario e che fonda l’enorme successo di un film tutt’altro che ‘popolare’, costruito com’è su flashback, intrecci di immaginazione e realtà e didascalici pirandellismi. La Bolkan - “volto di sibilla e movenze flessuose”, scrive Moravia - ha tratti quasi duri e un fisico androgino, che può esibire con maggiore noncuranza e naturalezza, come se il seno poco rilevato produca meno turbamento. L’effetto, probabilmente, è opposto: la scarsa aderenza ai canoni di una femminilità tradizionale diventa sintomo di una femminilità nuova, più eccitante, sconosciuta e meno irregimentabile.
L'Indimenticabile Colonna Sonora di Ennio Morricone
Le musiche sono un caso di riconoscibilità immediata, perché è Ennio Morricone che accompagna con un refrain basato sulla ripetizione delle note le varie figure geometriche dei giochi amorosi di un gruppo di amici che si ritrovano a cena complici e borghesi, intorno a una tavola cui si aggrappano come a una zattera, mentre si scambiano i partner con infelice noncuranza. Le musiche scritte da Ennio Morricone nel 1970 vinsero il premio Nastro D'Argento per la miglior colonna sonora. Sonorità lounge, bossa nova, jazz (in particolare il tocco della batteria) e beat (genere ancora in voga nell'Italia di fine anni '60), condite da arrangiamenti orchestrali diretti da Bruno Nicolai, si fondono qui per una delle soundtrack più celebri del Maestro. Questa edizione targata AMS Records ripropone la colonna sonora originale pubblicata originariamente nel 1969 su Cinevox Record in un nuovo artwork, copertina apribile e vinile colorato. Tra le composizioni indimenticabili proprio “Metti, una sera a cena” con la quale vinse il suo primo Nastro d’Argento nel 1970. Il tema principale, "Metti, una sera a cena", è proposto in ben cinque versioni, che non ci si stanca mai di sentire, anche grazie alla voce di Edda Dell’Orso. Lo stesso tema viene ripreso anche in "Hurry to me" scritta da Patroni Griffi e cantata dai The Sandpipers. Per i nostalgici dell’epoca, la colonna sonora si chiude con l’originale Radio spot. Così la famosissima colonna sonora di Ennio Morricone riconduce la messinscena in una dimensione di dramma borghese, e così soprattutto si dà anche luogo a sequenze troppo aliene al resto per poter essere casuali. Un esempio su tutti, la leccatissima sequenza dell’ “amor disperato” in gommone, in cui la musica di Morricone indugia lungamente su Trintignant e la Bolkan che fanno sesso al mare assumendo gesti e posture ieratiche in pieno gusto di romanticismo da rotocalco.
Eredità, Restauro e Riconoscimenti
A volte il film di Patroni Griffi rischia pure di apparire molto invecchiato, ai limiti del curioso oggetto di modernariato. Ad assumere tratti pesantemente vintage è soprattutto il profilmico, sia per gli arredamenti e interni, sia per certi improponibili costumi di scena. Così come l’ipertrofico e incoerente linguaggio adottato dall’autore assembla veramente di tutto, generosamente e confusamente, cogliendo al volo i più disparati sentimenti d’epoca (gli intellettualismi si sprecano, a cominciare dalla pretestuosa collocazione nell’ambiente teatrale, con espliciti riferimenti ai Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, per finire poi con le superflue riflessioni su realtà e rappresentazione). Ma in tanta profusione d’inventiva audiovisiva, più volte “Metti, una sera a cena” riesce a vincere lo spietato scorrere del tempo, consegnandoci qualche reale accento di angoscia esistenziale. Sono numerose infatti le parentesi pienamente riuscite, che spesso si fanno forti in senso creativo della bella musica di Morricone: dal risveglio silenzioso dopo una notte d’amore tra Trintignant e la Girardot, alla fantastica sequenza dedicata all’emergere dell’ossessione di Capolicchio per la Bolkan, in cui il montaggio di Arcalli intervalla una passeggiata della donna sempre più angosciata a brevissimi inserti subliminali dello sguardo di Ric che la spia e la segue, rammentando metafilmicamente la dinamica d’apertura e chiusura di un otturatore sempre più rapido e sostenendosi al motivetto di per sé ossessivo di Morricone (una base di sole tre note, reiterate in un’infinità di variazioni). Senza dimenticare poi il pianto strozzato di Musante che rievoca l’inizio del morboso triangolo con Trintignant e la Bolkan, disteso su un letto con la schiuma da barba che si screpola sul suo volto, inquadrato in un’esasperata prospettiva ravvicinata. Insomma, lo spirito dei tempi non trova una sua forma solo nell’accumulo di bric-à-brac espressivo d’epoca, ma informa in modo stringente tutto il film e le motivazioni dei suoi personaggi, riuscendo a sconfinare nella riflessione universale sull’essere umano e le sue fragilità.
Il Restauro in 4K
Per “Metti, una sera a cena” si tratta della prima uscita mondiale in dvd, e come avverte un cartello in apertura l’urgenza di una sua riproposizione è passata sopra a pur prioritarie questioni di qualità. Non è stato possibile lavorare sul negativo originale 35mm, e gli scarsi risultati si vedono tutti. Così come si presenta adesso il film appare rovinato soprattutto nella sua qualità fotografica, che specialmente nelle sequenze scure è ai limiti dell’irricevibile. Il restauro di “Metti, una sera a cena” è stato realizzato in 4k da SND-Groupe M6 e CSC-Cineteca Nazionale a partire dai negativi scena e colonna originali. Le lavorazioni sono state eseguite presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata. Si ringrazia Minerva Pictures per l’accesso ai materiali originali. Il Responsabile dell’Area Preservazione e restauro del CSC, Sergio Bruno, ha aggiunto: «Il restauro digitale di ‘Metti, una sera a cena’ (Giuseppe Patroni Griffi, 1969) è stato realizzato in risoluzione 4k da SND-Groupe M6 e CSC - Cineteca Nazionale a partire dal negativo originale 35 mm 2P (7×300) e dal negativo suono 35 mm (7×600). Entrambi i materiali sono depositati presso gli archivi della Cineteca Nazionale. Il negativo scena ha alcuni strappi, righe sottili e qualche macchia. Il negativo suono presenta invece i difetti tipici dell’epoca come rumore elettrico e alcuni clicks, ma la qualità generale del materiale è risultata buona. Per quanto riguarda il grading e la color correction, come riferimento è stata utilizzata una copia d’epoca conservata presso gli archivi della Cineteca Nazionale che ha mantenuto un buon tono fotografico e cromatico. Si è cercato quindi recuperare la brillantezza dell’immagine, senza ovviamente tradire il look originale del film.»
Dettagli Tecnici e Cast del Film
| Categoria | Dettagli |
|---|---|
| Genere | drammatico |
| Titolo originale | Metti, una sera a cena |
| Paese/Anno | Italia | 1969 |
| Regia | Giuseppe Patroni Griffi |
| Sceneggiatura | Carlo Carunchio, Dario Argento, Giuseppe Patroni Griffi |
| Fotografia | Tonino Delli Colli |
| Montaggio | Franco Arcalli |
| Musiche | Ennio Morricone |
| Produzione | Red Films, San Marco Film |
| Distribuzione | CG Entertainment, RaroVideo |
| Durata | 125' |
| Interpreti principali | Jean-Louis Trintignant (Michele), Florinda Bolkan (Nina), Tony Musante (Max), Annie Girardot (Giovanna), Lino Capolicchio (Ric) |
| Altri Interpreti | Milly (cantante), Adriana Asti (l’attrice), Mariano Rigillo (il capocomico), Helmut Berger, Nora Ricci, Rod Dana, Silvia Monti, Titina Maselli |
Il film, presentato nel 1969 in Concorso proprio al Festival di Cannes, è stato un grandissimo successo di pubblico. “Metti, una sera a cena” - nella sua versione restaurata - sarà distribuito in Francia nelle sale cinematografiche a cura della società Les Films du Camélia di Ronald Chammah. Un monumento a una dolorosa ipocrisia, l’unico strumento, pare voglia dire Patroni Griffi, per non restare soli.