Se c’è una parola che racchiude il senso della vita di molti, quella parola è movimento. Non si tratta solo di danza, anche se per molti è così che tutto è cominciato, ma di un’esplorazione incessante del corpo, dello spazio e delle culture. Il movimento ha la capacità di portare lontano, fisicamente ed emotivamente, facendoci scoprire che ballare è solo una delle forme in cui la vita si muove dentro di noi e attorno a noi.
L'Origine del Parquet: Dalla Storia Antica ai Palazzi Nobiliari
Il parquet, con la sua bellezza intramontabile e la sua durata nel tempo, è uno dei pavimenti più amati e utilizzati in tutto il mondo. Ma da dove ha origine questa meraviglia in legno che arreda le nostre case con eleganza e stile? Oggi tutti lo chiamiamo parquet, ma qual è l’origine del suo nome?
La storia ufficiale del pavimento in legno comincia nell’epoca del Re Sole, ma risale a molto tempo prima. L’Antico Testamento, infatti, ci offre un’importante testimonianza dell’uso del pavimento in legno presso il regno di Salomone. Inoltre, varie fonti descrivono l’utilizzo del pavimento in legno posizionato a spina di pesce già in epoca romana.
Le prime testimonianze di decorazioni e geometrie realizzate con colori diversi risalgono al basso Medioevo, quando si svilupparono le civiltà della penisola scandinava e delle isole britanniche. Questa tradizione artigianale si diffuse conseguentemente nella Francia del nord attorno al XII secolo, dove cominciò a svilupparsi e raffinarsi sempre più.
La data ufficiale del primo vero parquet viene fatta risalire al 1534, quando l’architetto Jules Menard realizzò un pavimento in legno appositamente per il re Francesco I. Tuttavia, il parquet come lo conosciamo oggi ha radici più recenti, risalenti al periodo rinascimentale in Europa. Durante il rinascimento si assiste a un aumento significativo della sua diffusione e popolarità, specialmente tra le classi aristocratiche.
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Durante questo periodo, l'arte della lavorazione del legno raggiunse livelli di eccellenza e il parquet divenne un elemento distintivo nelle dimore nobiliari italiane. Le prime testimonianze documentate dell'uso del parquet in Italia risalgono al XVI secolo, quando veniva impiegato principalmente nei palazzi e nelle residenze signorili delle città più importanti, come Firenze, Venezia e Roma.
L'arte del parquet richiede maestria e precisione artigianale. In passato, i maestri artigiani lavoravano a mano il legno, tagliandolo e assemblandolo con cura per creare disegni e motivi intrecciati. Una delle caratteristiche distintive del parquet è la sua composizione di materiali naturali. Il legno utilizzato per il parquet proviene da varie specie di alberi, ognuna con le sue caratteristiche uniche di colore, grana e durezza. Nel corso dei secoli, il parquet ha subito un'evoluzione costante, sia nei materiali utilizzati che nei metodi di produzione. Oggi, grazie alla tecnologia moderna, è possibile produrre parquet di altissima qualità con una precisione e una consistenza mai viste prima. Oggi, il parquet è disponibile in una varietà di stili, colori e finiture, rendendolo adatto a qualsiasi tipo di ambiente, dal rustico al moderno. Questa storia è una testimonianza di maestria artigianale, materiali naturali e bellezza senza tempo.
La Danza come Salvezza: la storia di Cristina Peruzzi
Per Cristina Peruzzi, a quarantacinque anni dal sequestro, la domanda se sia "uscita" da quell'ombra rimane aperta. "Ci convivo ogni giorno. Non c’è giornata in cui un odore, un rumore o un’ombra non mi riportino lì. Se sento l’odore della cipolla, che i carcerieri usavano per il risotto, mi sento mancare le gambe. Se qualcuno mi sbuca alle spalle all’improvviso, ho un sobbalzo, un mezzo infarto. Razionalmente sai di essere al sicuro, ma il corpo non dimentica. Dormo come i gatti, sempre vigile. Non se ne esce mai del tutto".
La danza è stata la sua salvezza. "Sì, la danza mi ha salvato la vita. È una disciplina che ti insegna a ballare anche quando i piedi sanguinano. Dopo il sequestro, ho voluto che la mia immagine fosse quella dell’insegnante di danza, non della ’sequestrata’. In sala, con la musica, il mondo fuori sparisce. Ho perfino creato coreografie sulla violenza; la privazione della libertà è una forma di violenza assoluta, una mancanza di intimità e sicurezza che ti fa sentire una nullità, considerata al pari di un animale".
Al suo ritorno, la sua famiglia scelse il silenzio. "Sì, fu uno sbaglio non fare un percorso psicologico. Avevo 17 anni ma ero poco più di una bambina, ingenua. Quell’esperienza mi rivelò invece l’esistenza del ‘bobo nero’, del male, della possibile malvagità delle persone. D’altra parte, all’epoca, nell’81, non c’era l’attenzione di oggi. In famiglia decisero che non bisognava parlarne, come se non fosse successo niente. Volevano proteggermi, ma sviscerare quel dolore sarebbe stato meglio. Mi sono fatta scudo da sola, forse proprio grazie alla danza che crea uno status di evasione dai problemi".
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C’è qualcosa di quel periodo che il suo cervello ha cancellato? "Quasi tutto ciò che è avvenuto prima dei 17 anni. È come se avessi consumato tutta la mia memoria precedente durante i giorni del sequestro, ripercorrendo continuamente la mia vita per non impazzire. Oggi non ho ricordi d’infanzia se non vedo una foto. Il sequestro ha creato un ‘prima’ e un ‘dopo’ netto, una voragine".
Riguardo al rapporto con i suoi sequestratori dopo la liberazione: "Nessun legame, nessuna ’sindrome di Stoccolma’. Per me erano e restano degli str*. Uno di loro, anni dopo, mandò una cassetta di scuse dal carcere, chiedendo il mio perdono. Non l’ho mai ascoltata, non ho mai avuto voglia. Mi ha fatto molta rabbia, invece, sapere che alcuni di loro sono rimasti liberi (si riferisce a Attilio Cubeddu, individuato come componente della banda, ancora ricercato, considerato l’ultimo latitante dell’"anonima sarda" ndr) o hanno scontato pene irrisorie".
Insieme a suo marito Leonardo Cozzi, hanno condiviso questa storia con la figlia Lucrezia: "Ora Lucrezia ha 27 anni, segue la mia carriera, glielo abbiamo raccontato quando faceva la prima elementare, nel modo consigliato da un esperto, perché la notizia stava tornando fuori in Tv e non volevo lo sapesse dai compagni. Ho cercato di non trasmetterle la mia ansia, ma ho voluto che capisse che la vita può essere anche questo. Oggi lei ha la mia stessa passione per l’arte, ha una presenza scenica istintiva, è una sportiva, una ragazza versatile".
In definitiva, chi è oggi Cristina? "Un’insegnante che ha lottato per essere vista come persona e non come un fatto di cronaca. Sono ’tosta’, dicono, ma quella forza è nata dalla necessità di non rompersi. Il sequestro è una parentesi che mi ha costretta a subire molto, ma non mi ha impedito di costruire la mia vita attraverso la danza".
Il Movimento Oltre Confine: il viaggio di Giulia da Ferrara al Mali
La vita da expat ha il prodigioso lato positivo di rendere le relazioni con gli altri espatriati genuine, piene, spesso immediate. A Bamako si possono conoscere donne forti, coraggiose, eccezionali, che ogni giorno con le loro vite e esperienze, incoraggiano ad andare oltre quelli che si credono essere i propri limiti. Giulia ha vissuto otto anni in Mali, immergendosi totalmente nella sua cultura e nelle sue tradizioni, e ha raccontato di una Bamako esuberante, fatta di festival di danza contemporanea e progetti all’avanguardia.
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"Se c’è una parola che racchiude il senso della mia vita, quella parola è movimento. Non si tratta solo di danza, anche se tutto è cominciato così, ma di un’esplorazione incessante del corpo, dello spazio e delle culture. Dal pavimento liscio di una chiesa sconsacrata di Ferrara, ai villaggi di terra rossa in Mali, il movimento mi ha portata lontano, fisicamente ed emotivamente, facendomi scoprire che ballare è solo una delle forme in cui la vita si muove dentro di noi e attorno a noi".
Giulia aveva sei anni quando ha iniziato a danzare, e quel luogo, una vecchia chiesa trasformata in scuola di danza, è diventato il suo rifugio. Mentre gli amici si ritrovavano nei bar, Giulia passava le ore libere a esprimersi attraverso il corpo, cercando qualcosa di cui allora non sapeva nemmeno di aver bisogno. Quella ricerca non si è mai fermata. A 19 anni, grazie a uno scambio Erasmus, lascia Ferrara per Parigi e lì è iniziato un viaggio che non l’ha più riportata indietro. Di giorno frequentava le migliori scuole di danza contemporanea della capitale francese, e di notte, dopo aver lavorato come baby sitter, passava le ore a fantasticare sul futuro nella sua chambre de bonne.
Quando è stato il momento di scegliere una specializzazione, il richiamo della danza l’ha portata a Barcellona. Flamenco, danza contemporanea, contaminazioni: si immergeva nei linguaggi del corpo e nella ricchezza di una città che la faceva sentire, allo stesso tempo, piccola e infinita. Poi è arrivato un altro tipo di movimento: quello nel mondo. Il caso, che poi non è mai un caso, la porta ad avvicinarsi al settore della cooperazione internazionale. "Non volevo cambiare il mondo o salvarlo, cercavo solo di esplorarlo, di comprenderlo. Così, sono tornata a Parigi per prendere una terza laurea in azioni umanitarie internazionali e sono partita per la mia prima missione in Pakistan, seguita dalla Guinea, Conakry e poi dal Mali, dove avrei finito per trascorrere otto anni".
È proprio in Mali che la danza torna prepotentemente nella sua vita. Nell’autunno del 2015, poco prima dell’attentato al Radisson Hotel, Giulia si trasferisce a Bamako. "Ricordo ancora quella mattina del 20 novembre 2015: una telefonata dall’ufficio ci avvertiva di restare a casa perché si sentivano degli spari. Quella fu la prima volta che chiamai i miei genitori per rassicurarli: Sto bene, sono al sicuro".
La vita a Bamako ricomincia a prendere il suo ritmo e un giorno, dietro un portone di metallo ricoperto da vecchie locandine, Giulia ritrova qualcosa di familiare. Entra in un giardino enorme con alberi di mango, cespugli di bambù, fiori di mille colori, e una piscina ovale. Ma la cosa che la spinge ad avvicinarsi è un grande palco in parquet proprio al centro del giardino. Quel posto era Donko Seko, il centro coreografico di Kettly Noël, una delle più importanti coreografe dell’Africa occidentale. Kettly, di origine haitiana, ha lavorato a Parigi, a Cotonou, in Benin e dal 1999 vive a Bamako, dove ha fondato il suo centro produzione e formazione, fortemente motivato dal recupero dei ragazzi di strada attraverso la danza.
Kettly Noël ha partecipato come attrice nel film Timbuktu di Abderrahmane Sissako, che Giulia aveva visto proprio qualche mese prima in Italia. Timbuktu, racconta con potenza poetica e visiva l’occupazione jihādista del nord del Mali nel 2012, un periodo di violenza e regressione sociale che lasciò profonde ferite nel Paese. Guardando quel film in un cinema di Ferrara, insieme ai suoi genitori, Giulia ricorda di aver pensato con sollievo: "Meno male che non sono lì". Eppure, pochi mesi dopo, era proprio lì. Non solo nel cuore di un Paese che pochi mesi prima le sembrava remoto, quasi spaventoso, ma a casa di una delle attrici principali del film.
Quello che era iniziato come una semplice visita, è diventato un incontro destinato a cambiarle la vita. Giulia affitta una stanza nella casa di Kettly nel centro coreografico che, da quel giorno, era diventato il suo mondo. Quel luogo che un tempo le sembrava segnato dal dolore e dal pericolo, diventava il suo punto di rinascita, un centro di creazione e di dialogo. Non solo ha ricominciato a ballare, ma si è immersa nei progetti legati al mondo della danza contemporanea di Bamako: il festival internazionale Dense Bamako Danse, collaborazioni con centri coreografici europei, programmi Erasmus+.
In quel periodo non abitava più in una casa condivisa con persone che avevano il suo stesso background, ma con una persona che possedeva le chiavi di due mondi: quello africano e quello occidentale. Kettly Noël, con la sua esperienza, le ha aperto porte che non sapeva esistessero e, allo stesso tempo, le mostrava i lati d’ombra di se stessa. Sul palco o a casa, Giulia capisce che quel modo di rispondere senza troppe cerimonie agli adulti, lì in Mali, dove il rispetto per le persone più anziane è ancora una regola fondamentale, era un ostacolo. Le differenze di colore della pelle, i rapporti di potere, le cicatrici profonde di storie collettive e individuali: tutto era più evidente, più forte, più radicato di quanto avesse mai immaginato.
Le giornate trascorrevano così, divise tra la gestione di progetti umanitari e la scoperta di un mondo che la trasformava fino alle fondamenta. E ovviamente, ballava, riscoprendo se stessa e il suo rapporto con il mondo. "Ricordo con particolare affetto lo spettacolo l’Instant Quinquelibà". Il quinquelibà è una pianta africana usata per preparare un tè aromatico, simbolo di accoglienza. "L’idea era semplice e potente: scegliere una famiglia del quartiere che vivesse in una casa con una grande corte interna, tipica di Bamako, e scambiare uno spettacolo di danza contemporanea con un tè condiviso". E così, una sera, Giulia si esibisce. "Tacchi alti, rossetto rosso e un top scollato per un tango sensuale, in un paese al 98% musulmano, dove le influenze estremiste erano palpabili. Ma Kettly era conosciuta, temuta e rispettata. A lei era permesso tutto. Con il suo coraggio e la sua arte aveva portato l’idea che l’espressione creativa potesse sfidare qualsiasi tabù".
Un altro momento indimenticabile è l’evento chiamato Crossing the Line, ideato dalla coreografa sudafricana Nelisiwe Xaba. "Ogni anno, decine di ballerini, vestiti con abiti sgargianti e dei secchi in equilibrio sulla testa, invadevano le arterie congestionate del traffico mattutino. Interrompevano le code chilometriche di auto per offrire agli automobilisti uno spettacolo improvvisato che lasciava tutti meravigliati e sorridenti. La sera, la strada di fronte al centro coreografico si trasformava in una festa popolare. Gigantesche marionette, parte di una tradizione maliana secolare, attiravano i bambini di strada. Un dj iniziava a suonare, e presto tutto il vicinato si metteva a ballare. Poi, il grande cancello del centro Donko Seko si apriva e un fiume di persone riempiva il cortile per assistere agli spettacoli di coreografi internazionali. Non era un festival per espatriati annoiati o per l’élite di Bamako. Era un festival pensato per dare accesso all’arte a chi non avrebbe mai potuto permettersi un biglietto: i più poveri, i più invisibili. Capivano gli spettacoli? Li apprezzavano? Non era importante. Ciò che contava era il loro diritto di essere lì, seduti davanti al palco, partecipi di un mondo che, per una sera, era anche loro. E alla fine, Oumou, la prodigiosa cuoca del centro, non lasciava mai andare via nessun bambino senza qualcosa da mangiare. Perché l’arte era cibo per l’anima ma, a Bamako, non puoi dimenticare di nutrire anche il corpo".
Giulia non viveva la classica vita da espatriata fatta di lavoro, aperitivi e serate nei club delle ambasciate. Dopo l’ufficio, il suo mondo era fatto di discussioni profonde con Kettly, di giornate passate a trasformare bambini e ragazzi di strada in ballerini, vivendo i progetti del centro per quattro anni intensi e pieni di contrasti. Le giornate erano un caleidoscopio di esperienze: sveglia alle cinque del mattino per organizzare la distribuzione di montoni in qualche progetto umanitario e, poche ore dopo, si ritrovava in abito elegante a conversare con l’élite culturale europea, a preparare coreografie e progettare il prossimo evento. Il movimento era costante, fisico e mentale.
Dopo anni di ritmi frenetici e notti insonni, Giulia si ritrova esausta, incapace di ballare, con gli equilibri interni totalmente sballati. Il troppo movimento, l’eccesso di costante eccitazione e azione l’avevano fatta deragliare, perdendo il suo centro. Lasciare il lavoro a Donko Seko fu una delle decisioni più difficili della sua vita. Eppure, quando si tocca il limite, l’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento e ci porta a fare ciò che mai avremmo pensato di riuscire a fare. Il vuoto lasciato dall’assenza di quel vortice creativo sembrava incolmabile. Succede quando si perde il proprio centro. Così per ritrovarlo è tornata al suo corpo. Vola a Bali, e lì sfruttando la sensibilità al movimento che aveva sviluppato nella danza, si dedica a un’esplorazione più yin. Studia yoga e yoga terapia, ottenendo una certificazione, e trascorre due mesi immersa nello studio della disciplina, lontana da internet e telefono. Si concentra sullo yoga applicato ad una sua grande passione, la medicina cinese.
Tornata a Bamako, cerca una casa abbastanza grande per ospitare le sue lezioni e iniziare finalmente un progetto tutto suo. Ben presto le sue lezioni divennero popolari, soprattutto nella grande comunità expat, e la sua casa era diventata un punto d’incontro. La medicina cinese, come un seme, aveva messo radici profonde dentro di lei, continuando a crescere senza sosta. Il Mali non era più il contesto ideale per la formazione che cercava. Così arrivò la seconda grande scelta della sua vita: lasciare quella che era diventata la sua casa, il suo Paese, la sua routine e i suoi affetti, per nutrire ciò che stava diventando.
Giulia decide di licenziarsi e di dedicarsi interamente alla formazione in medicina cinese, Zen shiatsu, yoga Nidra, meditazione, Munz Floor, yoga aereo. Oggi Giulia è tornata alle sue radici, a Ferrara. L’unico desiderio che la guida è mettere a disposizione tutto ciò che ha imparato. Condividere strumenti che, in questo mondo caotico, tra frenesia e movimento incessante, possano aiutare le persone, come è successo per lei, a ritrovare il loro centro. A tornare a casa nei loro corpi e in loro stessi. Oggi sa che tutto quello che insegna nasce da qui: dai mille movimenti che l’hanno attraversata, dai luoghi in cui ha vissuto, dai corpi che ha incontrato e dalle storie che l’hanno attraversata. Muoversi, dopotutto, è l’unico modo per ritrovarsi davvero.
Il Parquet della Socialità: Tango e Balera
Il Tango come riconciliazione: la storia di Giovanna Bettio
Un'altra ospite che condivide la sua passione per la danza è Giovanna Bettio, frequentatrice assidua della milonga. Per lei, il corso di tango è stato un momento di riscoperta personale. "Ebbene sì, in quel momento della mia vita avevo bisogno di riconciliare con gli uomini. All’inizio ero arrabbiata, molto".
Nella milonga, ogni tanda è un’esperienza unica: "Ogni tanda è diversa perché siamo diversi noi stessi e il ballerino/a cui ci concediamo. C’è quella emozionante, c’è quella rassicurante... Entrambi dovremmo unicamente desiderare di volerci rilassare nella musica". Giovanna non si reputa una gran ballerina, ma il suo approccio le permette di vivere appieno la socialità del ballo. "Sono dolcezza e empatia a permettermi di fare qualche tanda in più rispetto magari a alcune signore sedute accanto a me, che, pur più belle o brave, a volte non vengono invitate. La fortuna del principiante? L’attenzione alla milonga, il sorriso (a volte sfacciato) e la voglia di ballare mi hanno spesso aiutato a superare la mia “timidezza” e le mie paranoie".
L'aspetto esteriore ha il suo ruolo: "Non mi reputo una gran ballerina e nemmeno mi reputo una “gnocchissima” come se ne vedono spesso in milonga, ma sicuramente non mi piace passare inosservata. Inizialmente facevo fatica a pensare di indossare qualcosa di diverso da un jeans. Il jeans mi piace e lo porterei anche 6 giorni su 7, indipendentemente dalla situazione! Ma ho capito che in milonga anche l'occhio vuole la sua parte. Ora cerco di prepararmi come se avessi un appuntamento importante a lavoro o se stessi per uscire con un uomo che mi interessa. Inizialmente mi sentivo osservata da chi rimane seduto, ma ora penso: chissenefrega se sbaglio, non è mica una gara a essere perfetti! Se sbaglio è perché non mi sono fidata e non ho saputo ascoltare come il tango insegna alle donne".
La Rinascita della Balera: Un Fenomeno Contemporaneo
Adorare la musica e la libertà che questa riesce a trasmettere è un sentimento comune. "Qualche anno fa, sono capitata per caso ad una serata in una balera e mi sono divertita un mondo. In balera puoi essere chi vuoi (sì, anche te stesso), ma soprattutto puoi ballare come vuoi, perché l’obiettivo è divertirsi".
La balera nasce nel Nord Italia come un locale da ballo, generalmente in periferia o in campagna. Si balla dal tango al ballo liscio, una serata senza eccessi, a due o in gruppo. Se da una parte il periodo d’oro delle balere è legato agli anni ’40 e ’50, in questo ultimo decennio è avvenuta una vera e propria rinascita. Non a caso posti come La Balera dell’Ortica, oggi incantano Milano.
Una forma contemporanea di balera, rivisitata, ma non stravolta. I perché di questo ritorno sono molteplici: l’atmosfera che si respira, leggera e divertente, insieme ad una forma di socialità autentica, perché legata alla tradizione popolare. Per tutti questi motivi, Francesca Lonardelli ha fondato Avanzi di Balera, un nuovo format contemporaneo di balera. "«La prima serata che piacerebbe anche a tua nonna.»"
La scelta del nome è stata un processo creativo: "“Fu un parto” mi racconta Francesca “la scelta non è stata immediata, anzi. Poi, un giorno, ci siamo imbattuti in una scritta sul muro, avanzi di balera appunto, che veniva usata come espressione da numerose compagnie di teatro e cabaret”".
Il gusto personale è stata la chiave del successo. "In quegli anni avevo letto la biografia di Fred e ne ero rimasta affascinata, lui aveva fatto gavetta nella balera, questa cosa mi ha subito conquistato”. Fred Buscaglione irruppe sulla scena con canzoni diverse come “Che bambola!”. Dagli anni ’50 al nuovo Millennio: se nel periodo di Buscaglione le balere ospitavano soprattutto le mazurke, Francesca ha rivisitato il format, rendendolo più attuale. "Ho semplicemente pensato a quello che mi sarebbe piaciuto ascoltare: la musica degli anni ’60, da Adriano Celentano a Caterina Caselli, i famosi urlatori e poi il rock italiano”. Un mix che in un attimo è diventato esplosivo, e che anima le serate di Avanzi di Balera da ormai 10 anni.
"“In questi anni il format di Avanzi è cresciuto tantissimo, inizialmente grazie al supporto e alla presenza dei nostri amici. Poi, nel giro di un anno, siamo arrivati a 600 persone, perché il format piaceva e attirava un target alternativo, non da discoteca. Ti basti pensare che Lo Stato Sociale è passato da noi nel 2013”". Perché da Avanzi l’obiettivo non è menarsela, ma divertirsi, e se resti fuori dispiace un po’ a tutti.
Da Torino ad altre città il passo è breve, e avviene a ritmo di musica: gli organizzatori di Avanzi hanno incontrato i ragazzi che gestiscono il Locomotiv Club a Bologna, e hanno iniziato ad organizzare feste anche lì. "“Poi è arrivata Milano” continua Francesca “dove siamo fissi al Serraglio, mentre a Torino siamo fissi sia all’Off Topic che all’Hiroshima Mon Amour, oltre che al Bunker”. E durante l’estate? “Ci chiamano in giro per sagre e feste, sono settimane divertentissime per noi. Occorrerebbe scegliere dei nuovi posti con più capienza, per far entrare più persone”".
E come la balera di un tempo, tendenzialmente di estrazione popolare, questa è sicuramente una serata “per tutti”: "“Considera che il nostro slogan è la prima serata che piacerebbe anche a tua nonna. Direi fascia di età compresa tra i 20 e i 50 anni, con picchi tra i 25 e i 35, il nostro approccio è molto accogliente, inclusivo”".