Per fortuna, possiamo dare risposte a quasi tutte le domande su come si viveva in una città sotto la Repubblica e l’Impero di Roma, che aspetto avevano le case, quali erano i mobili e come si trascorrevano le ore domestiche. A differenza delle civiltà egizia, greca ed etrusca, infatti, e grazie agli scavi archeologici e a straordinarie, quanto drammatiche, circostanze, che ci hanno restituito case e suppellettili quasi intatte, l’età dell’antica Roma ancora ci racconta di sé, permettendoci di rivivere, sia pure virtualmente, la quotidianità di uomini e donne vissuti così tanto tempo fa.
Il legno ebbe un ruolo di primo piano nella scultura antica e fu impiegato in modo vastissimo in tutte le costruzioni civili e militari del mondo antico. Nella preistoria il legno fu usato per costruire rifugi, fortificazioni, palafitte, barche, utensili domestici d'ogni tipo, armi e fusti di armi. I romani continuarono l'uso impiegando il legno nella costruzione delle case.
Il Legno nelle Abitazioni Romane: Strutture e Arredamenti
Degli edifici romani abbiamo le prime notizie verso la metà dell'VIII sec. a.C., quando gli aristocratici romani trasformano le loro capanne (casae) in domus. Queste possedevano più ambienti, tra cui una grande sala, che affacciavano tutti su una corte. I suoi muri erano in argilla bagnata e pressata su rami di legno stagionati, mentre il tetto era di rami di legno più grossi ricoperti di paglia.
Durante l'impero si costruirono insule e domus che si avvalsero ancora del legno non solo per i travi, ma di graticci in legno con cui creavano separazioni tra i balconi di appartamenti diversi. Nelle domus era buon uso dipingere i travi dei soffitti a volte decorati, e di legno è ovviamente la porta d'ingresso costituita da un alto portone in legno a due battenti con grosse borchie in bronzo. Questi portoni, detti ianua, potevano essere massicci o di assi di legno incollate, e col tempo ornati con decori in bronzo o in ottone, avorio e tartaruga.
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Le domus non erano ammobiliate come i nostri moderni appartamenti; i mobili erano, infatti, pochi ed essenziali: qualche tavolo, qualche sedia, rarissimi armadi, i letti dei cubicula (che erano singoli e a tre spalliere, come i nostri divani: rari i letti matrimoniali) e i lettini delle camere da pranzo. I vestiti e gli oggetti di uso comune erano collocati dentro alcune casse (arcae vestiariae) e nelle nicchie ricavate nei muri, chiuse da porte o sportelli. Ovviamente gli arredamenti della domus erano soprattutto in legno, sia come mobili che suppellettili.
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La Tavola: Un Elemento Centrale della Vita Romana
Il tavolo è probabilmente il mobile più antico, impiegato come piano d’appoggio per vari utilizzi, elemento essenziale dell’arredamento di ogni casa, dalla più umile a quella più sontuosa, che svolge un ruolo importante nella nostra vita quotidiana perché lo utilizziamo in molteplici occasioni: per mangiare, per lavorare, per socializzare… Composto da un piano orizzontale rigido sostenuto da gambe, si è evoluto nel tempo seguendo il cambiamento dei gusti e delle esigenze della nostra società. Il legno è il materiale più utilizzato sin dall’antichità, in quanto conferisce robustezza, un aspetto elegante e dà la possibilità di essere lavorato in diversi stili e con finiture che si adattano ai vari tipi di arredamento.
La forma più antica di tavolo che conosciamo è quella utilizzata in Egitto e in Mesopotamia intorno al 2500 a.C., con funzione cerimoniale e per i pasti. Il tavolo utilizzato dai Greci - rettangolare, su tre piedi - è quello che è poi arrivato ai Romani, i quali ne modificarono la struttura con una gamba centrale divisa in tre parti (la cosiddetta “mensae delphica”), e anche con quattro gambe riunite a due a due o a gambe incrociate. Tavoli di lusso, come la “mensae citreae”, erano realizzati con legni rari come la tuia o il cedro. Al di là dei tavoli più lussuosi, per molti secoli la forma più utilizzata è stata quella di un semplice tavolato stretto e rettangolare, spesso grezzo, posato su cavalletti, che veniva ornato da drappi o preziose tovaglie e smontato e riposto dopo il pasto.
Nel triclinium, la sala da pranzo, i lettini disposti attorno al tavolo erano leggermente inclinati, in modo che ogni convitato (che stava sdraiato su un fianco, con il gomito appoggiato a un cuscino) avesse il busto collocato abbastanza in alto da potersi agevolmente servire. Gli affreschi di siti archeologici come Pompei ed Ercolano ci forniscono molte informazioni su come arredavano le proprie abitazioni, mostrando spesso tavoli con servizio d’argento o natura morta con frutti e oggetti.
Tipologie e Legni Utilizzati per le Tavole Romane
Il lavoro di falegnameria, per costruire i mobili dell'arredamento della casa, metteva in opera varie qualità di legno sia locali che esotiche. I Romani importarono in gran quantità legni pregiati per i mobili di lusso delle loro case. I mobili venivano impiegati massici oppure impiallacciati, cioè lamine di legni pregiati, come l'ebano e la tuia, venivano incollate su legni più economici; si facevano in questo modo letti, tavoli e stipi.
Il vantaggio era di far apparire il legno più pregiato, ma soprattutto che le diverse composizioni dei due legni incollati tra loro donassero alle tavole di legno una maggiore resistenza e soprattutto meno capacità di deformarsi, comportandosi cioè come legno stagionato. Il legno stagionato ha avuto sempre alti costi perché occorreva dedicargli un ampio magazzino dove il legno doveva giacere almeno per due anni onde perdere una certa quantità di acqua che avrebbe altrimenti deformato il legno incurvandolo in vari modi.
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Molti mobili pregiati venivano fatti con la tuia che è un arbusto originario dell’Alaska e della regione dei Grandi Laghi americani, ma una specie arrivava a Roma dall’oriente, dal Giappone e dalla Cina, probabilmente attraverso l'India, ed esclusivamente in tuia si fecero a Roma tavoli massicci a prezzi esorbitanti. In epoca romana, oltre al legno, si usavano anche bronzo e marmo per i tavoli.
La seguente tabella riassume alcuni dei legni più comuni e i loro utilizzi nell'antica Roma:
| Legno | Usi Comuni nell'Antica Roma |
|---|---|
| Tuia | Mobili di lusso (tavoli massicci, impiallacciatura), letti, stipi |
| Ebano | Impiallacciatura per mobili pregiati |
| Cedro | Tavoli di lusso (mensae citreae), costruzioni |
| Quercia | Fondamenta, travi, ex-voto, costruzioni in generale |
| Pioppo | Statuette votive (xoana) |
| Cipresso | Statuette votive (xoana) |
| Bosso | Oggetti d'uso comune (pettini, pyxides, fusaiole, tavolette per scrivere) |
| Acero | Calzature (sculponae), utensili |
| Faggio, Frassino, Abete, Betulla, Castagno | Costruzioni, ex-voto, ruote di carri, manici di attrezzi |
Decorazioni e Manifattura Artigianale del Legno
Il tavolo si è sempre prestato bene a lavorazioni e decorazioni originali, ovviamente in passato riservate solo alle classi più agiate: gambe intagliate con figure di animali o umane, riferimenti a dei e personaggi mitologici, decorazioni in oro, argento, bronzo, avorio, pietre preziose, dipinti e mosaici… Si usava la tecnica ad intarsio, con tartaruga e avorio; i mobili di lusso erano finemente lavorati al tornio. Per costruire mobili preziosi si usavano intarsi o applicazioni di immagini intagliate nel legno, vere e proprie sculture, ma a volte si eseguiva una vera e propria statuaria.
Già i Greci, prima dei Romani, conoscevano l'arte della scultura su legno. I Romani avevano appreso dai greci tutti gli strumenti per scolpire e lavorare il legno nel modo più raffinato. Scrive Plinio che: "L'arte di lavorare il legno la trovò Dedalo e, in essa, la sega, l'ascia, il filo a piombo, la trivella (terebram), il glutine, la colla di pesce; Theodoros di Saino la squadra (normam), la livella (libellam), il tornio e la chiave (clavem)...". (Naturalia historia, Fragmentas).
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Per rendere più belli i diversi legni si usavano varî mezzi di lucidatura e verniciatura. Il lavoro a tornio usato più o meno, a seconda del pregio dell'oggetto, era noto fin dai tempi omerici. Poche notizie restano sulla precisa esecuzione di questo lavoro, ma dalle pitture si evince quanto fosse progredita la tecnica romana anche in questo campo. A seconda dell'uso a cui i varî legni erano destinati, i tronchi venivano tagliati e preparati in diversi modi, venivano impiegati ancor umidi, oppure dopo esser stati asciugati o tenuti al fuoco per essere piegati. Quindi venivano piallati, stondati se occorreva e ripassati con oli vari se l'oggetto era pregiato, prima di dargli l'opportuna lucidatura.
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Per la decorazione dei mobili il legno veniva intagliato tipo bassorilievo o semplicemente inciso. A lavoro terminato il legno andava pulito con olio mescolato al limone, o con olio e aceto, poi, per mantenerlo al meglio, poteva essere ripassato oltre che con l'olio di oliva, con la cera d'api, per venire poi verniciato, in tutto o in parte, con colori brillanti, a volte cangianti e spesso sfumati, soprattutto nei letti.
Altri Manufatti in Legno nella Vita Quotidiana
I romani alla falegnameria aggiunsero la fabbricazione di numerosi utensili domestici, oltre a oggetti da toletta, giochi per bambini, tavolette per scrivere e per dipingere, impugnature per attrezzi ed armi, bastoni, lance e giavellotti, strumenti per campagna, casse, cofani, vasi per trasporto di vini. Ma erano ancora in legno le ciotole e i piatti fondi a ciotola per le zuppe, e i crateri per cui venivano però usati legni speciali spalmati con cera d'api internamente, e fruttiere, e cucchiai, e centri tavola, ma pure strumenti musicali, spesso di legno guarniti in ottone che imitava il colore e la lucentezza dell'oro.
Si è dato anche il caso di Larari in legno, che venivano incassati e appesi sotto il portico del giardino dove il legno era al sicuro dalle intemperie, ne è stato rinvenuto uno ad Ercolano foggiato a mo' di tempietto. Si chiamava "acerra" il cofanetto, di forma quadrangolare o cilindrica, dove si conservava l’incenso da usare nei sacrifici; detto anche arca turaria, a volte intagliato nel legno, posto nel Larario per onorare quotidianamente i Lari e i Penati. Veniva posto nel larario un cofanetto di legno dove si custodivano gli incensi da bruciare ma pure le pinzette per lo stoppino della lampada o le candele per il breve e quotidiano rituale officiato dal "pater familias" con l'ausilio dello schiavo.
Scoperte Archeologiche di Manufatti Ligni
Le città di Pompei ed Ercolano, sepolte sotto una coltre di cenere nell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., sono state riportate alla luce dagli scavi archeologici, fornendo testimonianze straordinarie. Gli affreschi di questi siti archeologici non sono solamente una straordinaria quanto rarissima testimonianza di pittura antica; essi, infatti, ci forniscono molte informazioni sugli usi e costumi degli antichi Romani, su cosa mangiavano e su come arredavano le proprie abitazioni. Tra queste, diverse nature morte mostrano tavoli e suppellettili, come la "Natura morta con strumenti di scrittura" o "Tavolo con servizio d’argento".
Un caso a parte, di grande interesse, è costituito da alcuni busti lignei di antenati rinvenuti nelle città vesuviane. Due torsi provengono dalla casa del Graticcio di Ercolano e raggiungono dimensioni vicine al vero; quello femminile, meglio conservato, presenta tratti ritrattistici e capelli resi con solchi paralleli, raccolti in una crocchia sulla nuca. Accanto a questi altri busti-ritratto lignei attestati a Pompei dall'impronta cava lasciata nella lava al momento dell'eruzione: emersi nella Casa del Menandro, essi occupavano una nicchia che si apriva sulla parete di fondo del peristilio e che costituiva con tutta probabilità un larario, data la contestuale presenza di una statuetta bronzea di lar domesticus. Sia il tipo di materiale impiegato, sia il contesto di rinvenimento distinguono queste sculture dalle tradizionali imagines maiorum, che erano in cera, si collocavano nell'atrio e avevano una funzione essenzialmente celebrativa.
Reperti Lignei in Europa
Qualche mese fa, in Inghilterra, è stato scoperto un fossato romano. Fra i reperti, anche una statuetta di sessantasette centimetri, tutta in legno. Sebbene gli archeologi non possano essere certi della funzione reale della figura scolpita, sospettano si tratti di una statua rituale, cioè di un manufatto in legno che veniva offerto in sacrificio agli dèi. Data la sua età e la sua sostanza lignea, sorprende il fatto che l’opera si sia conservata così bene in ambiente umido. Forse la mancanza di ossigeno dovuta alle pareti argillose del fossato ha contribuito a prevenire la decomposizione del legno, preservandolo per secoli. La figura è stata spostata e archiviata dal team di conservazione di York Archeology in un laboratorio specializzato dove verrà sottoposta a esami e a trattamenti di conservazione. Un piccolo frammento della statua, trovato spezzato nel fossato, è stato già usato per la datazione al radiocarbonio. Sarà intrapresa anche un’analisi isotopica stabile, che potrebbe indicare l’origine del legno.
In Sicilia, a Palma di Montechiaro, in una stipe votiva arcaica, tra vario materiale furono trovate tre statuette femminili di legno, col pòlos in testa. Sono state identificate come xòana di divinità locali, forse Demetra e Kore, in connessione alla fonte sulfurea trovata vicino alla stipe. Le eccezionali condizioni ambientali, un terreno fangoso costituito da argilla di materia organica decomposta entro cui si era disciolta la anidride solforosa hanno permesso la conservazione di questi manufatti. Uno (alto 16,7 cm) è in legno di pioppo e gli altri due (rispettivamente 18,8 cm e 17,2 cm) in cipresso. Gli ex voto gallo-romani sono prodotti semplici ed essenziali, che nascono a scopo cultuale più che da esigenze artistiche; alcuni esemplari dimostrano abilità tecnico-espressive, altri appaiono appena sbozzati e grossolani. Erano più economici degli ex-voto in pietra ma più resistenti di quelli in argilla, del resto non si pretendeva una lunga durata; i legni impiegati erano quercia, faggio, abete, frassino, betulla e castagno.
A Roma, i lavori per la linea C della metropolitana hanno portato alla luce delle assi di legno risalenti al 40 d.C. “Un’organizzazione incredibile per l’epoca, che solo i Romani potevano predisporre”, commenta Mauro Bernabei, ricercatore del Cnr presso l’Istituto di bioeconomia. “È probabile che le tavole furono trasferite verso sud sfruttando le correnti del fiume Saona, poi quelle del Rodano fino alla sua foce, un centinaio di chilometri a ovest di Marsiglia. Dallo studio al microscopio delle fibre si è subito compreso che si trattava di legno di quercia. Restava da capire la sua provenienza”. Questo studio rivela che i Romani avevano una straordinaria capacità logistica e di trasporto, che però non applicavano solo ai prodotti di pregio ma anche a materiale edile ordinario, come le tavole di quercia lunghe 3 metri e 80, utilizzate per le fondamenta.
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Gli scavi effettuati nel 2020 da un team di archeologi dell'Istituto nazionale di ricerche archeologiche preventive (INRAP) nell'antica città romana di Isarnodurum, l'attuale località francese di Izernore, hanno portato alla luce i resti di un antico quartiere artigianale e residenziale. Tra un groviglio di rami in decomposizione, hanno rinvenuto quelli che sembrano essere i resti di materiale di scarto di un laboratorio artigianale di lavorazione del legno. La maggior parte dei pozzi dell'antica enclave romana caddero in disuso nel corso del tempo e iniziarono a essere utilizzati come discariche, preservando gli oggetti in un ambiente acquoso senza luce né ossigeno.
I resti analizzati, nella loro maggior parte costituiti da schegge e trucioli, confermerebbero l'esistenza di una produzione locale e specializzata dedicata alla lavorazione di oggetti in legno di bosso, un materiale che, grazie alla sua estrema durezza, resistenza e grana fine, consente una finitura delicata e morbida al tatto. Tra i pezzi recuperati spiccano pettini a doppio dente, pyxides o pisside (piccole scatole cilindriche destinate a contenere gioielli o cosmetici) e delle fusaiole, ovvero dei pesi per fusi da filatura. Uno dei reperti più interessanti è costituito da una serie di almeno quindici tavolette di scrittura piuttosto frammentate. Ma oltre a tutti questi documenti epigrafici, gli scavi hanno anche portato alla luce due suole complete in legno d'acero che sarebbero appartenute a un tipo di calzatura romana nota come sculponae, una sorta di sandali di legno che venivano fissati al piede con cinturini di cuoio.