Proseguono le nostre puntate di approfondimento sul Mostro di Firenze, questa volta con un'importante intervista che facciamo con la partecipazione di Paolo Franceschetti. E' nostro ospite Luciano Malatesta, testimone chiave della vicenda, figlio di Renato e fratello di Milva, due delle vittime collaterali del Mostro.
A Siena per l’uomo è stato chiesto un anno e tre mesi. Non è presente in aula Luciano Malatesta, 58 anni, fratello di Milva, la donna trovata morta carbonizzata il 20 agosto 1993 insieme al figlio di 3 anni nella sua vettura sulla strada di Ponente di Barberino Val d’Elsa. Morte ancora oggi rimasta senza colpevole. Non è seduto accanto al suo difensore, l’avvocato Stefano Cipriani che lo conosce da una vita, sebbene in altre udienze, aiutandosi a fatica con le stampelle da cui non si separa, fosse riuscito a raggiungere l’aula.
Il Processo per Diffamazione: Accuse e Difesa
Il vice procuratore onorario Alberto Bancalà chiede al giudice Francesco Picardi la condanna di Malatesta ad un anno e 2 mesi, escludendo la pena pecuniaria alternativa, per diffamazione nei confronti dell’ex procuratore antimafia Pier Luigi Vigna, scomparso nel 2012. Avrebbe infangato la reputazione del magistrato nell’ambito dell’intervista che era stata trasmessa sul canale Crime+Investigation visibile sulla piattaforma satellitare Sky. Era stata realizzata a Colle Val d’Elsa prima del 2 agosto 2020, è emerso dal dibattimento.
Malatesta, secondo quanto rilevato nell’inchiesta condotta dal pm Serena Menicucci, avrebbe sostenuto che Vigna sarebbe stato “coinvolto in vicende collegate ai delitti del Mostro di Firenze”. Fra le affermazioni anche la sua presunta appartenenza ad una “setta”. Nessuno era presente in aula ieri per la famiglia dell’ex procuratore antimafia, non c’è stata la costituzione di parte civile nel processo che ha preso le mosse dalle denunce dei figli nel 2021.
“Malatesta ha tirato fuori questa storia senza riscontri, dagli atti non ci sono sul nome di Vigna”, sottolinea in un passaggio Bancalà nella requisitoria. “Confido che ho un particolare pathos, ho conosciuto Luciano all’indomani di fatti molto gravi: l’omicidio della sorella e del nipote. Strangolata e bruciata lei, il bimbo bruciato vivo. Seguii da praticante il processo d’Assise che mi lasciò turbato”, l’incipit dell’avvocato Cipriani che parla di “strana diffamazione. Insieme al dichiarante di solito viene chiamato in causa anche il giornalista e il direttore”.
Tratteggia l’affresco di Malatesta “che non ha mai negato di aver reso quelle dichiarazioni”. I genitori gente semplice, un matrimonio come si faceva un tempo per corrispondenza. Ribadisce a più riprese “che non è un uomo che si sveglia e va in televisione, non cerca pubblicità, non prende soldi. Lui va prima dai magistrati dicendo cosa sa, lo ribadisce alla commissione Forteto quando viene chiamato”. Riferisce in buona fede, prosegue il difensore, ai giornalisti della trasmissione quanto la sorella Milva gli ha raccontato prima di essere uccisa. “Non ha diffamato nessuno”, chiude Cipriani. La sentenza arriverà però solo il 22 giugno.
Sempre in punta di diritto, non costituisce scusante, intesa come causa di esclusione della colpevolezza, la dimostrazione della veridicità del fatto attribuito al diffamato. L’art. 596 c.p. Avrebbe espresso tali pensieri in trasmissioni andate in onda su youtube e in un documentario trasmesso da Sky nel 2020. Pensieri espressi, pensiamo sia opportuno sottolinearlo, non certo a cuor leggero e soprattutto senza l’intenzione di offendere, denigrare, rovinare la reputazione, la memoria del famoso magistrato nativo di Vicchio del Mugello.
Le Tragedie Familiari e i Legami con il Mostro di Firenze
Luciano Malatesta è il Fratello di Milva Malatesta e Laura Malatesta, figlio di Renato Malatesta e di Maria Antonietta Sperduto. Lo scenario che dipinge Luciano Malatesta è fondamentale per capire che il 19 agosto del 1993, Milva Malatesta, 31 anni, figlia di Renato Malatesta e di Maria Antonietta Sperduto, muore bruciata nella sua Panda insieme con il figlio Mirko di tre anni a Barberino Val d´Elsa. Tragedie per cui non sono mai stati trovati colpevoli, esecuzioni di testimoni scomodi, secondo alcune ipotesi emerse in più occasioni nel corso delle varie indagini sul Mostro.
Il 23 dicembre 1980 muore impiccato nella sua casa di Sambuca il contadino Renato Malatesta, marito di Maria Antonietta Sperduto, una povera donna che aveva rapporti con Pacciani e con Vanni. La sua salma viene riesumata per il sospetto di omicidio: i suoi piedi toccavano terra. Quella morte non è da addebitarsi - per il dott. Ci preme evidenziare, però, che la testimonianza del Luciano Malatesta prima di elaborare una serie di idee in certuni casi distorte, forzate, indotte, è limpida: “Io Pacciani non lo conosco, non l’ho mai visto e non veniva a casa nostra alla Sambuca”.
“Pietro Pacciani e Vanni frequentavano abitualmente la casa”. Il padre poi impiccato. Luciano oggi racconta: “Mio padre Renato era nato l’8 agosto del 1930 a Radda in Chianti, lavorava come agricoltore nella fattoria di Fabbrica a San Casciano, era una persona molto dolce che soffriva dei pessimi rapporti con mia madre, la quale non si sapeva gestire e ad un certo punto cominciò a intrattenere rapporti extraconiugali per pochi soldi che non metteva in famiglia ma che usava per sé. Credo che il loro sia stato un matrimonio combinato, come si usava all’epoca in ambienti rurali. Anche prima di sposarsi mio padre aveva avuto problemi con la depressione, però. Negli ultimi anni beveva ed aveva espresso più volte il desiderio di farla finita.”
Accade infatti che le sollecitazioni emotive della deposizione in tribunale gli riaprono antiche ferite mai rimarginate. “Ho pensato per anni che mio padre si sia tolto la vita volontariamente, perché era successo altre due volte che glielo avevo impedito. Un giorno, scendendo le scale, lo sentii piangere e da fuori vidi una corda appesa alla finestra. Corsi su e feci in tempo a prenderlo per le gambe e tirarlo via. Mi disse che era preoccupato per mia sorella Milva, che si trovava in giro per San Casciano, aveva paura che le facessero del male. Era il 1978 e mia sorella aveva sedici anni.”
Mostro di Firenze: perché fu uccisa Milva Malatesta?
Le Testimonianze di Luciano Malatesta: Un Percorso Complicato
Ad un certo punto della sua esistenza Luciano si trova costretto a fare i conti con il proprio passato, che non può riuscire a dimenticare e che in fondo non vuole dimenticare, perché di quel dolore è fatta la sua essenza, e comincia a riflettere. Proviamo a ripercorrere il viaggio compiuto da Luciano nelle pieghe di questa complicata, spesso misteriosa, vicenda, aiutato (non sempre) dai racconti delle persone nelle quali si è imbattuto negli anni della resa dei conti. Non sempre aiutato, ci teniamo ribadire, anzi.
Cronologia delle Testimonianze di Luciano Malatesta
- 26 settembre 1992: Vengono messe a verbale le dichiarazioni di Laura, Milva e Luciano Malatesta, tutti e tre figli di Maria Antonietta Sperduto in Malatesta e Renato Malatesta.
- 24 Maggio 1994, 11° udienza, processo Pietro Pacciani: durante la deposizione interviene Pietro Pacciani, Laura Malatesta, Luciano Malatesta. Parte dalla sua deposizione al processo contro Pacciani del 1994.
- 7 marzo 1996: Rilascia testimonianza Luciano Malatesta figlio di Maria Antonietta Sperduto e di Renato Malatesta, sentito da Michele Giuttari. Testimonianza non disponibile.
- 19 marzo 1996: Rilascia testimonianza Luciano Malatesta figlio di Maria Antonietta Sperduto e di Renato Malatesta, sentito dal PM Paolo Canessa. Testimonianza non disponibile.
- 10 Luglio 1997, 17° udienza, processo Compagni di Merende: Luciano Malatesta testimonia nel processo Mario Vanni, Giancarlo Lotti e Giovanni Faggi per i reati relativi ai duplici delitti del MdF e Alberto Corsi per favoreggiamento. “Nel 1997 fui di nuovo chiamato a deporre, stavolta nel processo contro Vanni, che in qualche modo avevo contribuito a far accusare con le mie dichiarazioni del 1994”. Accade infatti che Pacciani non viene ritenuto capace di aver commesso tutti i duplici omicidi da solo, per cui gli vengono attribuiti dei complici, ed uno è proprio il postino conosciuto a fine anni ’70 da Malatesta.
Ancora Luciano, sia nella deposizione del 1994 che del 1997: “Vedevo Vanni a casa mia, qualche volta si limitava a portare la posta, altre volte faceva pressioni anche fisiche su mia madre per avere con lei rapporti sessuali. Pacciani no, non l’ho mai visto. Nella testa del pubblico ministero c’è l’omicidio di Renato Malatesta. È un’idea che serve a vestire Pacciani e Vanni dei panni degli spietati assassini, perché quella morte non è da addebitarsi - per il dott. Ci preme evidenziare, però, che la testimonianza del Luciano Malatesta prima di elaborare una serie di idee in certuni casi distorte, forzate, indotte, è limpida: “Io Pacciani non lo conosco, non l’ho mai visto e non veniva a casa nostra alla Sambuca”.
Luciano oggi sostiene: “Mi venne in mente che un giorno ero in giro a correre e quando rientrai in casa mia sorella minore Laura mi disse che mio zio più altre due persone avevano picchiato mio padre. Era il settembre del 1980. Queste due persone erano Pacciani e Andriaccio. Ma al tempo dei processi diceva: “Non ho mai visto colluttazioni fra mio padre, Vanni e Pacciani. Fu mia sorella piccola che un giorno, appena rientrai, mi disse c’erano due uomini che avevano messo le mani addosso al babbo. Disse di essersi messa a piangere per lo spavento e che i due, a quel punto, lo lasciarono perdere e lo minacciarono prima di andarsene. Capito? È nel corso dei processi, fra il momento in cui Malatesta viene sentito a sommarie informazioni testimoniali e quello in cui assume l’ufficio di testimone in dibattimento, che nella testa di Luciano il racconto si modifica. Oggi, infatti, Luciano sostiene: “Quei due uomini non potevano essere che Andriaccio (il cognato della madre, n.d.a.) e Pacciani”. Aggiungo, sempre riprendendo le parole di Luciano pronunciate in aula il 10 luglio del 1997: “Ho saputo che anche Pacciani veniva a casa mia quando mi avete mostrato le foto, e quando l’ho sentito dire da mia madre”.
Mi spiego: durante i processi ci si accorge che non torna nulla ed a un certo punto viene buttato nell’arena Giancarlo Lotti che racconta del dottore che pagava per avere le parti del corpo escisse alle povere ragazze. E la domanda sorge spontanea: che se ne faceva un dottore delle mutilazioni di ragazze giovani? Non vogliamo mica pensare che ci preparasse pozioni ed in questo modo gettare discredito sulla classe medica? È così che nasce il mito di Salvatore Indovino, il mago di Faltignano. Oggi dice: “Al processo parlai di quello che avevo visto dalla casa in cui abitavo negli anni ’80, a Faltignano di San Casciano. Solo che, per essere puntuali e venire in aiuto a Luciano, quale è lo scopo di questo testo, e non certo per fargli le pulci, ai processi dichiarava sotto giuramento: “Non so se l’Indovino facesse il mago, io sapevo che era stato in galera e mi sembrava una persona poco raccomandabile. Sono entrato in casa sua solo perché avevano il telefono proprio accanto all’entrata, non ho mai visto nulla di strano e non ho mai visto candele o altro.”
Luciano un giorno sente dire dalla madre: “Tua zia (Maria) ha ucciso gli zii Bruno e Gino, li ha avvelenati”. La stessa madre che, sempre secondo Luciano, è la causa dei problemi del padre, è quella non in possesso di mezzi intellettivi per autogestirsi, intrattenere relazioni con il prossimo. Associa queste parole a quelle che ricorda il padre gli disse poco prima di morire: “C’è una banda di persone importanti, anche delle forze dell’ordine, che vuole farmi fuori, non te ne andare da casa almeno tu”.
È evidente che la massa di informazioni contraddittorie che in quel periodo gli pervengono (l’assoluzione del Rubino, padre del nipotino Mirko morto insieme alla madre, è del 1996) lo mandano in tilt. Lo stesso Toscano, nella parole di Luciano oggi, è quello che a inizio dicembre 1980 avverte la madre: “Ve ne dovete andare da qui”. Ma la stessa madre di Luciano, la Maria Antonietta Sperduto, è quella che gli dice, nel lontano dicembre del 1980, che sarebbero andati ad abitare altrove perché non ce la faceva più dei continui litigi.
Nuovi Elementi e Richieste di Riapertura delle Indagini
“Io quella cassetta non l’ho mai potuta vedere”, dice oggi Malatesta. Dove sono finiti quegli atti? Dov’è finita la mia deposizione del 2016 davanti alla Commissione del consiglio regionale in cui già parlavo di bambini del Forteto usati per festini, orge e messe nere? “Insieme al mio avvocato ho chiesto questi atti, i documenti che riportano le denunce che un tempo non furono ritenute calunniose o diffamatorie e che oggi mi sarebbero utili per difendermi dall’accusa che è sopraggiunta, ma non si trovano”, afferma Luciano.
Un uomo che ha vissuto (senza avere la fortuna di uscirne) un lungo dramma, sospinto ancora di più in fondo al tunnel da chi lo ha usato, percependone l’onestà, le difese abbassate, il bisogno di rimettere insieme in un racconto “le immagini di un bambino, spezzoni di una vita che ho riconnesso fra loro solo quando ho preso conoscenza delle indagini sui compagni di merende, ed è lì che mi si è aperto un abisso, davanti alla dinamica dei fatti così come ricostruita da chi ha indagato, che ha dato uno spessore ed un senso a elementi che primi erano neutri”.
Riaprire le indagini sulla morte di Milva Malatesta, del figlio Mirko e del padre di lei, Renato. E accorparle a quelle sul mostro di Firenze e sulle morti di prostitute avvenute a Firenze nei primi anni '80. L'avvocato Alessio Fioravanti, figlio di quel Pietro Fioravanti che difese Pacciani dall'accusa di essere autore materiale dei delitti, ha presentato l'istanza in procura per conto di Luciano Malatesta, fratello di Milva, morta in circostanze mai chiarite insieme al figlio di 3 anni il 19 agosto del 1993: secondo il legale, ci sarebbero "elementi incontrovertibili" per collegare i fatti di sangue.
E dare una svolta alle indagini: "Studiando i fascicoli io e i miei collaboratori trovato per caso un dettaglio importante, un nesso tra la morte di una prostituta uccisa e una delle vittime del mostro". Nessun riferimento però al contenuto della presunta svolta, né sui delitti presi in esame: "Il materiale è stato depositato, non posso entrare nel merito perché c'è il segreto istruttorio. Di certo, nelle inchieste sui delitti del mostro non ci sono stati soltanto i sedici giovani amanti uccisi, sfregiati e mutilati dall'assassino (o dagli assassini). Intorno al giallo sono fiorite altre morti, come quelle oggetto dell'istanza. Morti altrettanto misteriose.
Le stesse che avevano messo in relazione la fine atroce di alcune prostitute uccise a Firenze negli anni '80 ai delitti seriali. Tra i casi più discussi quello di Milvia Mattei, una prostituta uccisa e poi bruciata il 29 maggio del '94 nel suo appartamento di San Mauro a Signa.
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